Chiara Micheli

Ascolto rock. Guardo film. Traccio segni. Inseguo visioni. Tengo Londra nel mio garage. Qualche volta dormo. E scrivo. Mi piace la verità, per questo invento storie.

TRUE DETECTIVE stagione 2 Episodio 5 “Altre vite” – Una recensione

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La lealtà è importante e di regola dolorosa

True Detective 2×05 – "Other lives"

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SPOILER ALERT

Il quinto episodio – che io continuo a chiamare puntata o capitolo, e se non è un lapsus questo che vuol dire tutto – ha uno squarcio netto verso la fine ma che arriva zitto zitto, non fa il rumore assordante dello shootout del finale nel quarto, però è più conflagrante: ci dice che tutto è fondato su una menzogna, tutto parte da una menzogna che rimette in discussione le fondamenta di ciò che abbiamo visto finora. Non a caso la rivelazione avviene in un episodio che è anche il reboot delle vite che ne fanno parte.

Questo episodio sicuramente piacerà più degli altri perché è più tradizionale, la storia vince sopra i personaggi, e ricalca il modus operandi di milioni di telefilm USA, c’è l’inchiesta, ci si muove, si cercano tracce: è il secondo che Pizzolatto scrive con l’amico Scott Lasser che lo aiuta nella seconda parte di questa stagione, e dei cinque finora visti è quello che ha avuto per me meno lampi di emozione, meno tremore nel suo strisciare nelle anime perse che io preferisco, ma per il resto niente da dire, impeccabile.

Niente da dire anche sul fatto che ogni settimana la canzone iniziale di Leonard Cohen cambi le proprie liriche per adattarle al concetto dell’episodio, componendo a tessere un quadro che sarà completo nel finale. Procede così come procede la storia, appunto.

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Si riparte 66 giorni dopo la sparatoria.

Ray ha perso baffi e lavoro ma non le sue orrende camicie e adesso fa il galoppino per Frank; tra poco perderà il figlio. Anne è in castigo a fare lavoro di ufficio e segue un gruppo di supporto per molestatori sessuali discutendo di grandezze di peni preferite in mezzo a poliziotti maschi che non aspettano altro che arraparsi, giustamente, visto mai dove state. Paul è ancora perseguitato dalla storia dell’attricetta in cerca di (poca) fama e sopporta la cena con fidanzata e suocera in previsione del matrimonio bevendo, mentre sua madre ha pensato bene di sperperagli i 20000$ che aveva messo da parte in Afghanistan e non sa chi è suo padre (hmm). Frank colleziona le vecchie imprese da fuorilegge mentre la moglie minaccia rotture di rapporti. Insomma le solite normali giornate in their least favorite lives, come la cantante del bar ci ricorda. Se la sparatoria ha risolto il caso per i poteri ufficiali, non li ha risolti a loro, che oltre a stazionare in un guado miserevole, non sono convinti che i Messicani siano stati la soluzione.

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Qualcosa non torna. Le voci su quei party a base di sesso e potenti sono ricorrenti e insistenti, è tutto troppo legato, come in una ragnatela appiccicosa, e poi ci sono quelle riprese e l’hard drive di Caspere che non si trovano da nessuna parte e che anche il tipo con cui Frank tenta di rientrare negli affari legali cerca disperatamente. E poi c’è Vera, la ragazza scomparsa che nessuno cerca, a parte Ani, anche lei legata a quei festini. E quei bei diamanti blu che interessavano Dixon, il collega di Ray ora morto.

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Tutto porta a riprendere l’investigazione ma questa volta in modo confidenziale, e si ricomincia a seguire tracce: Paul e Ani scoprono un capanno dove qualcuno è stato ucciso, Ray pedina i Chessani e riappare il russo Osip e parecchie ragazze cui si palpano i seni come a mucche per vederne la bontà e consistenza, alla ricerca di oggetti di prima qualità per quei famosi festini e il nostro Pitlor, psicologo e chilurgo delle suddette bellezze (citazione dovuta a Ellroy).

È proprio ora che Ray scopre ciò che non avrebbe mai voluto sapere: lo stupratore di sua moglie, prove del DNA alla mano, gli dicono, è stato finalmente preso. Ma allora quello di dieci anni prima, quello che Ray, su suggerimento di Frank, ora menzogna di Frank, ha ammazzato, chi era? Un innocente, una pedina? Che cosa è successo?

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Ah, Ray, era lampante che Frank ti aveva fregato fin dall’inizio, dal vostro primo incontro. “Che cosa vuoi in cambio?” gli avevi chiesto per le informazioni sullo stupratore, e lui ti rispondeva nel silenzio, mentre a voce diceva parole di vento: “Tutto, da te voglio tutto, mi farai comodo per gli anni a venire. Tu sai chi sono io, non ci si fida delle madri, tu ti fidi di un gangster? Ora sei perso e cerchi la strada, anche quella di un gangster. Io so chi sei tu, perché ti ho scelto, perche ti ho osservato prima di oggi e mi servirai, sei un onesto che può essere corrotto, sei la merce più rara.”

O forse, ancora peggio, siete due illusi, siete stati entrambi fregati, qualcuno ha tirato i vostri fili fin da allora, da quel primo incontro, vi guardava perseguire tenaci le vostre ossessioni, senza prendere prigionieri, ed è lo stesso che tira i vostri fili adesso, ridendo nascosto nell’ombra?

Brutta storia su cui costruire un muro portante, neanche di cartapesta, che poi arrivino le macchie di umido o no.

Qui c’è la bontà degli attori, tutti, anche del legnosetto Vaughn; c’è il Colin Farrell migliore, quello di In Bruges per capirsi, che dà una interpretazione a tutto tondo del momento in cui gli si svela una verità che cambia tutto.

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Il tempo passa e il suo lento scalfire scalfisce e cambia le cose, i corrotti cercano di ritornare onesti, il gioco è più duro del previsto, la pazienza poca, l’onestà senza corruzione è whiskey annacquato, e quella strana lealtà che si è creata tra voi due è un marchio di fabbrica noir che come può morire? Solo nel rimpianto o nel sangue.

Infatti l’episodio si chiude con un faccia a faccia minaccioso tra Ray e Frank sulla porta. Chi guarda si aspetta parecchio sangue la prossima settimana. Ci sarà? Forse qualche goccia ma niente di più. Questi sono uno l’immagine specchiata dell’altro: fuori uno, fuori due.

Ray si è macchiato di un crimine e non ha fatto giustizia. È molto probabile che non sia il solo.

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Gli episodi

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