Chiara Micheli

Ascolto rock. Guardo film. Traccio segni. Inseguo visioni. Tengo Londra nel mio garage. Qualche volta dormo. E scrivo. Mi piace la verità, per questo invento storie.

TRUE DETECTIVE stagione 2 Episodio 4 “Tutti giù per terra” – Una recensione

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Tutti vengono al mondo con il loro dolore

True Detective 2×04 – "Down will come"

Rock-a-bye baby
On the tree top,
When the wind blows
The cradle will rock,
When the bough breaks
The cradle will fall and
Down will come baby,
Cradle and all.

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SPOILER ALERT

Splendido episodio. Siamo a metà serie e il finale di questa quarta puntata è quello che si dice un discreto colpo allo stomaco, ma come non aspettarselo? Un altro tour de force che fa il paio con quello della prima serie, alla metà perfetta dell’arco narrativo. Il regista questa volta è Podeswa, canadese, conosciuto per due bellissimi film come Eclipse e I cinque Sensi e attivo anche in tv per i cable channels,  Hbo, Showtime.
Nella fattispecie è un classico shootout in South L.A., nella realtà è… beh, ci arriviamo.

La filastrocca di cui sopra è una lullaby tradizionale e quale motivo migliore per una puntata dove sono i figli, che non arrivano, che ti vengono portati via, che si annunciano inaspettati, che fanno scelte poco ortodosse, il tema tormentoso dei protagonisti?

Cominciamo col riprendere i nostri quattro personaggi e le indagini, che proseguono battendo la via dei parties e della prostituzione, una indagine pedissequa e di routine, nessun fuoco d’artificio. I Chessani sono la stirpe del sindaco e in qualche modo la famiglia dove tutto annusa, tra progenitori e figli, di corruzione. Intorno figure che appaiono e ricompaiono, come il Dottor Pitlor, e passate connivenze.

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Ani è sotto investigazione, molto sessista, per la sua relazione con il subordinato e ha debiti di gioco. Paul, che poi alla fine col compagno del deserto ci trascorre la notte, si ritrova la moto rubata e i giornalisti che lo pedinano per quelle sue storie passate. Un giornalista gli chiede perfino, abbastanza sorprendentemente, “Do you have a history of violence against women?” Queste sue storie si stanno rivelando sempre peggio ed è con Ray, in auto, solito marchio di fabbrica pizzolattiano, che si apre e confessa di sentirsi, innocente, colpevole di ciò di cui lo si accusa, prima e ora. Ma Ray, nella sua dose di fucked-up quotidiano non lo giudica certo, anzi, tra i due il rapporto si srotola pieno di nuances calde e molto bello, “Sei un sopravvissuto” gli dice Ray, “niente di strano”. Una certa dose di PTSD è pietosamente consentita a tutti, ci dice Pizzolato. Grazie, è apprezzata.

Paul incontra la sua ragazza che si è scoperta incinta e lui accoglie la notizia con sollievo, qualcosa che gli darà un senso, quella identità che coincida con l’idea che cerca di se stesso. In conclusione la via più corta per la distruzione: è talmente predestinato questo personaggio che se si salva sarà la grande rivelazione della stagione.

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Intanto Frank, abbandonato il business legale e nei vani tentativi di avere un figlio, è impegnato a ricostruire il suo vecchio impero criminale e anche Ray non ne scappa: arriva una offerta di farne parte durante una delle loro solite chiacchierate nel bar-paradiso deserto, a parte la cantante derelitta, coreuta dell’episodio, ma che rifiuta. Lui sa ancora, nonostante tutto, dove sta il bene. Se solo ci credesse.

Dunque si scopre che Ledo Amarilla, il pimp di una delle donne di Caspere, ha rubato diversi oggetti preziosi al suddetto e li ha impegnati. Ci arrivano con le impronte e il tutto sembra far smuovere le cose, ed è come si arriva anche a precipitare in quella spirale di sangue del finale.

Nel quartiere dove lui e i suoi compari sono rintanati arrivano Paul, Ani e Ray, Dixon, i poliziotti e quello che si svolge è puro Michael Mann di Heat, una sparatoria che va avanti per 6 minuti e tesa fino allo spasimo. Un bus che arriva inopinatamente e sbatte nel SUV dei cattivi in fuga dà il climax alla situazione e alla carneficina che ne segue.

Posso descrivere ciò che è cinema? No, si può solo vedere.

 LO SHOOTOUT

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IL MAKING OF (5 giorni di lavoro)

Alla fine, mentre arrivano i rinforzi la scena si chiude con loro tre in piedi e i morti ai loro piedi: poliziotti, delinquenti, passanti. Il freeze frame finale li fissa nella loro estetica in cui solo Paul, eretto a differenza degli altri due, sconvolti e increduli, pare ritrovare la sua identità, ciò che lui è: un soldato, un combattente.

In definitiva un episodio di una raffinatezza intensa, insinuante, pieno di citazioni appena accennate, che se in parte lo fa oscillare quasi borderline con un certo manierismo glielo perdoniamo a braccia aperte, perché è proprio quel manierismo che riesce a scarnificare e rappresentare il vuoto e il veleno sparso dappertutto, corpi e anime e oggetti. La natura stessa del luogo e delle cose.

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Quale colonna sonora migliore la scelta del pezzo dei Blind Faith scritto da Steve Winwood per la scena del diner.

Come down off your throne and leave your body alone
Somebody must change
You are the reason I’ve been waiting so long
Somebody holds the key

Well, I’m near the end and I just ain’t got the time

And I’m wasted and I can’t find my way home

But I can’t find my way home
But I can’t find my way home

Still I can’t find my way home
And I ain’t done nothing wrong
But I can’t find my way home


Una considerazione per finire.

Da più parti ascolto ripetutamente di come questo True Detective sia così presuntuoso e serio, ma così serio, mai una risata. Ragazzi, si chiama genere, noir in questo caso, e sta navigando nei suoi canoni. Può piacere o non piacere, liberi di scelta, ma non di tiro al bersaglio.
Si ride invece molto leggendo il giorno dopo i commenti di critica beghina a ogni scena e dialogo che sono stati visti. Si è scatenata per molti la caccia a TD ed è una caccia che si autoalimenta trionfante di idiozie.

Dallo spettatore spesso recensore di blog o twitterante, che nel 2014 ha visto questa serie dopo che il si dice aveva stabilito del capolovoro che era, e scopre che è bellissima, scopre che è davvero bellissima, ne parla a tutti, dice vedi questa sì, altro che x, y o z, e aspetta la nuova stagione per un anno e mezzo nel frattempo rimuginando di quanto è bella e che quindi mai la seconda potrà essere all’altezza, e arriva la seconda ed è pronto con il suo shotgun virtuale a vedere qualunque prova di cedimento (rispetto a che) di smussatura (rispetto a che) di diversione (rispetto a che) di una cosa che ormai è sua, non è di Pizzolatto e Hbo che l’hanno fatta, ma è sua e guai a chi gliela tocca. Per cui comincia la sindrome del perché hanno osato mettere in discussione ciò che è mio e questa seconda serie? fa schifo, anzi, ha cominciato a far schifo dalle prime indecifrabili foto della rassegna stampa, prima ancora del trailer, vuoi mettere la prima com’era, e giù ogni pelo, ogni fuscello, ogni stupidaggine serve a dire io lo dicevo!,

a quelli del è lentaaaaaa, ma perché è lenta? ma è così lentaaaa, che noia, io non ci capisco niente, che noia, è proprio lentaaaa, perché è lenta? che confusione, ma chi è quello? non ci capisco niente, che noiaaa, è lentaaaa, ma perché..
(appunto, ma perché… infatti la prima stagione, a parte un tracking shot e qualche conversazione nietzschiana in auto era un esempio lampante di action… mancava solo Van Damme e stavamo a posto),

al critico che scrive sul giornale importante, che è in genere preso come fonte delle opinioni personali nelle cene e incontri tra amici, e allora cosa fa, questo critico per rimanere importante, dopo che l’anno scorso l’ha esaltata (prima scapicollandosi a nascondere i suoi contributi al coro sulla pessima scelta di un attore texano insulso, famoso solo per i suoi bicipiti lucidi e battute sceme), salendo sul baraccone generale? gioca il gioco piu vecchio del mondo, ne parla male, risalendo sul baraccone generale, e preferisce esaltare porcherie senza senso pur di non dire sono davanti un esempio di genere cui sarebbe bello riconoscerne i meriti e anche le palle, perché ci vogliono le palle per andare controcorrente a tutti,  metterci la faccia senza tante storie, onestamente, ma io non lo voglio riconoscere, se no a me che me ne viene?,
ecco, trovo il tutto francamente ridicolo. Un conto è avere opinioni e gusti personali nella più completa libertà, è il divertimento, bellezza!, un conto è lasciare che i tuoi pregiudizi pregiudichino la sana libertà di scelta degli altri, anche di non essere ammorbati dalle altrui personali frustrazioni o ignoranze.
Ci si prende troppo sul serio?
A parte il fatto che se molte espressioni meno ortodosse della cultura fossero prese sul serio, invece di costringerle alla semiclandestinità virtuosa, avremmo più benefici tutti e poi, già, ci si prende sul serio perché se non si  è capito che il racconto classico, oggi ormai definitivamente trasportato nel racconto televisivo, è il racconto dei nostri tempi, che ci si sta a fare a far la critica? Meglio la cucina o i reality, che no, non hanno niente a che vedere con il racconto della realtà, se non nella sua mancanza.
Tutti giù per terra, allora, che è meglio.

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Gli episodi

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4 Comments

  1. Mi resta in effetti difficilina ma mi fa una fascinazione incredibile… marò

  2. La parte finale dell’episodio è solo del dio Mann!

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