Chiara Micheli

Ascolto rock. Guardo film. Traccio segni. Inseguo visioni. Tengo Londra nel mio garage. Qualche volta dormo. E scrivo. Mi piace la verità, per questo invento storie.

Robert A. Heinlein – Tutti i miei fantasmi (1959)

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Robert A. Heinlein

Tutti i miei fantasmi (1959)

 Titolo originale: All You Zombies

Testo  originale

Da questo fulminante e raro da trovare racconto è tratto il film Predestination diretto dai fratelli Spierig.

hein

Settore Temporale V (EST) – ore 22,17 – 7 Novembre 1970 New York – “Pop’s Place”

Quando entrò la Ragazza Madre stavo lavorando di strofinaccio su un bicchiere da brandy. Meccanicamente, presi nota dell’ora (le 22,17) e della data (22 Novembre 1970). Gli agenti temporali prendono sempre nota dell’ora e della data; è il nostro compito.

La Ragazza Madre era un uomo di venticinque anni, della mia stessa altezza; i suoi lineamenti erano immaturi e aveva un pessimo carattere. Il suo aspetto non mi era mai piaciuto, né tanto meno mi piaceva adesso, ma ero là proprio per reclutarlo. Era il mio uomo, così lo accolsi con il migliore sorriso che un barista può dedicare a un cliente.

Forse il mio temperamento tende troppo verso la critica. Non era un anormale: il suo soprannome derivava dalla risposta che era solito dare a qualsiasi ficcanaso volesse sapere il suo mestiere. Faccio la ragazza madre.” Se in quel momento non si sentiva del tutto omicida, aggiungeva: “…a quattro centesimi a parola. Scrivo per le riviste femminili.”

Se era di cattivo umore aspettava che qualcuno trovasse qualcosa da obiettare. Il suo stile di lotta era micidiale, qualcosa di simile a quello delle donne poliziotto. Anche questo era un motivo che rendeva consigliabile il suo arruolamento… e non era il solo.

Aveva bevuto, e il suo sguardo dimostrava, se possibile, un disprezzo per il genere umano ancora maggiore del solito. Senza parlare, gli versai una doppia dose di “Old Underwear”, e lasciai la bottiglia sul bancone. Lui bevve e si servì nuovamente.

Continuai a lavorare di strofinaccio. “Come andiamo con la faccenda della Ragazza Madre?” chiesi.

Le sue dita si contrassero sul bicchiere, e sembrò sul punto di tirarmelo in faccia; mi assicurai con la mano di avere qualcosa con cui difendermi. Nelle manipolazioni temporali cerchi sempre di prevedere tutto; ma anche con questo, ci sono tanti imprevisti che non hai proprio voglia di correre dei rischi evitabili.

Vidi che la sua tensione si allentava. Fu una cosa impercettibile o quasi, ma sono proprio le sfumature che ti insegnano a notare quando frequenti i Corsi Preparatori del Servizio.

“Mi spiace,” dissi in fretta. “È come se avessi detto ‘come vanno gli affari.’ Faccia come se le avessi parlato del tempo.”

“Gli affari vanno bene. Io scrivo, loro pubblicano quello che scrivo e io posso mangiare” disse con aria stizzosa.

Mi piegai verso di lui. Versai un po’ di liquore anche nel mio bicchiere. “In effetti,” aggiunsi. “La roba che lei scrive è buona… ho parlato in senso generale. Lei ha una sorprendente affinità con il punto di vista femminile.”

Era un passo un po’ ardito, ma dovevo tentare; lui non aveva mai ammesso gli pseudonimi con i quali si firmava. Ma era già cotto al punto giusto, e notò solo l’ultima frase.

“Punto di vista femminile!” ripeté con un grugnito. “Già, certo che conosco il punto di vista femminile. Per forza.”

“Davvero?” feci, dubbioso. “Ha delle sorelle?”

“No. Se le raccontassi tutto, lei non ci crederebbe.”

“Andiamoci piano,” lo ammonii blandamente. “I baristi e gli psichiatri imparano che nulla è più strano della verità. Vede, figliolo, se lei potesse ascoltare le storie che ascolto io… be’, diventerebbe ricco sfondato in poco tempo. Si tratta di storie davvero incredibili.”

“Lei non conosce il significato della parola incredibile.”

“Lo crede sul serio? Niente ha il potere di stupirmi. Avrò sempre sentito qualcosa di peggio.”

Un altro grugnito. “Vogliamo scommetterci quel che resta di questa bottiglia?”

“Sono pronto a scommettere una bottiglia intera.” Infatti ne piazzai una sul bancone.

“Be’…” Segnalai al mio socio di sostituirmi. Eravamo all’estremità del bancone, un posto che mantenevo isolato piazzando sul bancone casse e altri oggetti ingombranti. Dalla parte opposta, c’era della gente intenta a guardare la lotta, mentre qualcun altro faceva suonare il juke-box. Potevamo stare tranquilli come nella mia camera da letto.

“D’accordo,” attaccò lui. “Tanto per cominciare, sono un bastardo. ”

“Anch’io lo sono,” feci tranquillamente.

“Lo sono davvero,” esclamò. “I miei genitori non erano sposati.

“Se è per questo, neppure i miei lo erano. Non vedo differenze. ”

“Quando…” S’interruppe e mi lanciò il primo sguardo cordiale che avessi mai visto sul suo viso. “Dice sul serio?”

“Naturalmente. Sono un bastardo al cento per cento. Per essere sinceri,” aggiunsi, “in famiglia, da noi, non si sposa nessuno. Siamo tutti bastardi.”

“Lei non mi frega… lei è sposato.” E indicò il mio anello.

“Oh, ‘sto coso,” glielo mostrai. “Sembra un anello nuziale, sì; ma lo tengo solo perché le donne stiano alla larga.” Quell’anello lo avevo comperato nel 1985 da un tipo che se l’era portato dietro da Creta, prima di Cristo, naturalmente. Era una antichità che raffigurava il Verme Ouroboros… Il Serpente del Mondo, che si mordeva la coda per l’eternità. Un ottimo simbolo del Grande Paradosso.

Il suo interesse per l’anello svanì rapidamente. Se lei è davvero un bastardo, dovrebbe sapere quel che si prova. Quand’ero bambina…”

Un momento!” esclamai. “Ho sentito bene?” La storia la sto raccontando io, no? Quand’ero bambina… be’, non ha mai sentito parlare, lei, di Christine Jorgenson? O di Roberta Cowell?”

Vuol dire quei casi di cambiamento di sesso? Non starà cercando di raccontarmi…”

“Se non smette d’interrompermi, non dirò più una parola. Ero una trovatella, abbandonata all’età di un mese, nel 1945, all’orfanotrofio di Cleveland. Quand’ero bambina, invidiavo i miei coetanei che avevano i genitori. E quando imparai la faccenda del sesso… mi creda, Pop, in un orfanotrofio si impara dannatamente in fretta…”

“Lo so.”

“Be’, feci un solenne giuramento: i miei figli avrebbero avuto regolarmente un padre e una madre. Fu così che riuscii a mantenermi ‘pura’, una vera e propria impresa in un ambiente del genere… imparai a lottare per difendermi. Poi gli anni passarono, e mi resi conto che le mie possibilità di trovare un marito erano dannatamente scarse. Il motivo era lo stesso della mia mancata adozione.” Il suo viso s’incupì. “Faccia equina… denti sporgenti… il petto piatto… i capelli lisci…”

“Il suo aspetto non è peggiore del mio.”

“L’aspetto di un barista non ha nessuna importanza. Come quello di uno scrittore. Ma quando un tizio vuole adottare un bambino, ne sceglie uno con gli occhi azzurri e i capelli biondi. In seguito, i ragazzi vogliono delle ragazze formose, con uh visino grazioso e un perenne atteggiamento di ammirazione.” Si strinse nelle spalle. “Non potevo competere. Così decisi di arruolarmi tra le P.U.T.T.A.N.E.”

“Eh?”

“Perché gli Uomini Tristi Trovino Amore nel Nulla Esterno. Adesso il corpo viene chiamato «SANTE SPAZIALI», Sorelle Ausiliatrici Nei Territori Esterni.”

Entrambi i termini mi erano noti, dato che li avevo studiati. Adesso però la sigla era cambiata, anche se riguardava il medesimo servizio di “aiuto e compagnia” offerto dal Governo. Le T.R.O.I.E., Trattenimenti Ristoratori Offerti In Esclusiva. L’esatta scelta del vocabolario è una delle rogne peggiori che capitano durante un balzo nel tempo… per esempio, lo sapevate che “stazione di servizio”, una volta, significava letteralmente “distributore di piccole quantità di benzina?” Trovandomi in missione nell’era di Churchill, una volta, mi capitò questo appuntamento da parte di una donna: “Allora ci vediamo alla stazione di servizio?…” e non significava quello che pensate. Una stazione di servizio, allora, non aveva un letto all’interno.

La Ragazza Madre continuò.

“Fu quando ci si accorse che non si potevano spedire degli omini nello spazio per mesi e anni senza alleviarne in qualche modo la tensione, a bordo. Ricorda il chiasso che si fece sull’argomento, all’inizio?… era tutto a mio vantaggio, perché le volontarie erano poche. Si richiedeva alle ragazze di essere rispettabili, preferibilmente vergini (era meglio per loro se l’istruzione cominciava da zero), di possedere un’intelligenza superiore alla media e di essere emotivamente stabili. Invece, molte volontarie erano vecchi rottami o neurotiche le quali crollavano dopo dieci giorni di viaggio spaziale. Per questo non importava il mio aspetto fisico; se mi avessero accettata, si sarebbero occupati loro stessi dei miei denti sporgenti, dei capelli e di tutto il resto, e mi avrebbero insegnato a camminare e a danzare e ad ascoltare un uomo nella maniera esatta… oltre, naturalmente, al lavoro più importante. In caso di necessità avrebbero potuto ricorrere anche alla chirurgia plastica… perché il meglio non basta ai Nostri Eroi dello Spazio.

“E poi ti assicuravano che non saresti rimasta incinta durante il servizio… ed eri quasi sicura di sposarti, alla fine. Anche adesso succede. Le S.A.N.T.E. sposano gli spaziali… perché sono fatti della stessa pasta.

‘Dopo il mio diciottesimo compleanno, presi servizio presso una famiglia che desiderava una domestica a buon mercato; la cosa non mi dispiacque, perché l’età richiesta per l’arruolamento era di ventuno anni compiuti. Mi occupavo della casa, e frequentavo delle scuole serali… ufficialmente, dicevo di voler continuare i miei studi di stenodattilografa, invece andavo a una scuola in cui t insegnavano a comportarti nel modo più femminile possibile… questo, per aumentare le mie probabilità di arruolamento. Poi, incontrai quel tipo di città, con i suoi biglietti da cento dollari. Quel poco di buono aveva davvero un rotolo di centoni. Me lo mostrò, una notte, invitandomi a servirmi.

“Non lo feci. Quel tipo mi piaceva. Era stato il primo uomo che avessi mai incontrato, il quale era stato gentile con me senza tentare di farmi tirar giù le mutande. Lasciai la scuola serale per vederlo più spesso. Quello è stato il periodo più bello della mia vita.

“Poi una sera, al parco, le mie mutande vennero giù.”

S’interruppe. Io dissi, “E poi?”

“E poi niente! Non lo vidi più. Mi accompagnò a casa, e mi disse che mi amava… mi diede il bacio della buonanotte e non tornò più indietro.” Si oscurò in volto. “Se lo rivedo, lo ammazzo.”

“Be’,” feci, comprensivo. “Capisco quel che prova. Ma ucciderlo, solo… per una cosa tanto naturale… ehm… lei si è difesa?”

“Be’? Questo che c’entra?”

“Insomma, forse lui si merita un paio di braccia rotte per quello che ha fatto, ma…”

“Si merita mille volte peggio! Aspetti di sentire l’intera storia. In un modo o nell’altro, riuscii a tenere nascosta la cosa, e decisi che in fondo era andato tutto nel modo migliore. Non ero stata veramente innamorata di lui, e probabilmente non avrei mai amato nessuno… ed ero sempre più impaziente di arruolarmi tra le P.U.T.T.A.N.E.; non avevo perduto nulla. In fondo, non insistevano troppo sulla verginità. Andava tutto a gonfie vele.

“Capii tutto quando cominciai a mettere su pancia.”

“Incinta?”

“Quel bastardo mi aveva messa a posto! Quei pitocchi dei miei padroni non vollero accorgersi di niente fino a quando fui in grado di lavorare, poi mi cacciarono via a calci, e all’orfanotrofio non ne vollero sapere di riprendermi. Capitai in un ospedale per i poveri in mezzo ad altre nelle mie condizioni, finché non fu il mio turno.

“Una notte mi trovai sul tavolo operatorio, e un’infermiera mi diceva, ‘Si distenda. Adesso respiri profondamente.’

“Mi risvegliai in un letto paralizzata dal petto in giù. Arrivò il mio chirurgo. ‘Come va?’ disse allegramente.

“‘Mi sento mamma.’

“‘Naturalmente. Non puoi sembrare altro, così coperta e imbottita di anestetico come sei. Ti riprenderai presto… ma un taglio cesareo non è esattamente come incidere un porro.’

“‘Un taglio cesareo?’ dissi. ‘Dottore… ho perso il bambino?’

“‘Oh, no. Il piccolo sta benissimo.’

“‘Maschio o femmina?’

“‘Una femminuccia piena di salute. Pesa due chili e mezzo!

“Mi tranquillizzai. Avere messo al mondo una bambina è già  qualcosa. Mi dissi che sarei andata da qualche parte, facendomi chiamare ‘signora’, e avrei spiegato alla bambina che suo padre era morto… mia figlia non avrebbe dovuto andare in un orfanotrofio!

“Ma il chirurgo continuava a parlare.

“‘Dimmi, ehm…’ evitava di chiamarmi per nome, ‘…non hai mai sospettato che il tuo apparato glandolare fosse strano?’

“‘Cosa?’ feci. ‘Certo che no. Cosa sta cercando di dirmi?’

“Esitò. ‘Sarà meglio che ti dica tutto in una volta, poi ti farò una bella iniezione per farti passare la scossa. Ne avrai bisogno.’

“Per quale motivo?’ chiesi.

“‘Hai mai sentito parlare di quel fisico scozzese che fino a trentacinque anni era stato una donna… poi subì un’operazione e divenne clinicamente e legalmente un uomo, e si sposò regolarmente.’

“‘Che c’entra con me?’

“‘È quello che sto cercando di dirti. Tu sei un uomo.’

“Cercai di sollevarmi. ‘Che cosa?’

“‘Prendila con calma. Mentre ti operavo, ho trovato un bel pasticcio. Mentre estraevo il bambino, ho mandato a chiamare il primario, e abbiamo tenuto un consulto… con te distesa… ehm, disteso sul tavolo operatorio… e abbiamo lavorato per ore, nel tentativo di salvare il salvabile. Tu avevi due completi apparati di organi, entrambi immaturi, ma quello femminile era abbastanza sviluppato da farti avere la bambina. Non ti sarebbe più stato utile, così lo estraemmo e sistemammo le cose in modo tale da farti sviluppare come un uomo, nel pieno significato della parola’. Mi mise una mano sulla spalla. ‘Non preoccuparti. Sei giovane, le tue ossa ritorneranno a posto, sorveglieremo il tuo sistema glandolare… e faremo di te un ragazzo in gamba.’

“Cominciai a gridare, ‘E la mia bambina?’ Be’, non potrai allattarla, di latte non ne hai neanche per dissetare un pulcino. Se fossi in te, lascerei perdere… la farei adottare.”

“‘No!’

“Si strinse nelle spalle. ‘Tocca a te scegliere: tu sei sua madre… be’, l’hai messa al mondo. Ma adesso non pensarci; prima dobbiamo curarti.’

“Il giorno dopo mi fecero vedere la piccina, e da allora non passò giorno senza che la vedessi… cercando di abituarmi a lei. Non avevo mai visto un neonato, e non mi immaginavo come potesse essere brutto… mia figlia sembrava una scimmietta arancione. Maturò in me una fredda determinazione: avrei agito nel modo migliore, per lei. Ma quattro settimane più tardi, questo non significò più nulla.”

“Eh?”

“La portarono via.”

“La portarono via?”

La Ragazza Madre, per poco, non colpì col pugno la bottiglia che avevamo scommesso.

“Rapita… portata via dalla nursery dell’ospedale!” Il suo respiro si fece affannoso. “Perché rubare l’ultima cosa che dava un significato alla vita di un disgraziato?”

“Brutto affare,” convenni. “Un altro bicchiere? Nessun indizio, no?”

“La polizia non riuscì a trovarne nessuno. Qualcuno era venuto a trovare la piccola, dicendo di essere suo zio. Mentre l’infermiera era voltata, se ne era andato con la bambina.”

“Una descrizione di quel tipo?”

“Era un uomo, ecco tutto. Aveva una faccia uguale a qualsiasi altra faccia, come la mia o la sua.” Si concentrò. “Penso che si trattasse del padre della bambina. L’infermiera giurò che si era trattato di un individuo più anziano, ma probabilmente aveva fatto ricorso al trucco. Chi altri avrebbe potuto rapire la mia bambina? A volte ci sono delle donne sterili che agiscono così… ma un uomo… no, è assurdo.”

“E lei cosa fece?”

“Rimasi per altri undici mesi in quel lurido posto, e subii altre tre operazioni. Durante il quarto mese di degenza, cominciò a crescermi la barba; prima che mi dimettessero, avevo preso l’abitudine di radermi regolarmente… e non ci furono più dubbi per me, ero veramente un uomo.” Sogghignò amaramente. “Guardavo il seno delle infermiere.”

“Ebbene,” dissi. “Non mi sembra poi che lei se la sia cavata male. Eccola qui: un uomo normale, con un ottimo lavoro e senza gravi preoccupazioni. E la vita di una donna non è facile.”

Mi scrutò.

“Ne sa proprio molto, lei!”

“Non è così?”

“Ha mai sentito la frase ‘una donna finita’?”

“Be’, anni fa. Adesso non significa molto.”

“Io ero finita come donna, e come mai nessuna donna era stata quel bastardo mi aveva davvero rovinata… Non ero più una donna… e non sapevo come essere un uomo.”

“Penso abituandocisi.”

“Lei non se l’immagina neanche. Non parlo del modo di vestire, o degli errori che si possono fare entrando dalla porta sbagliata o altro. Questo lo avevo imparato all’ospedale. Ma come potevo vivere? Che lavoro potevo intraprendere? Diavolo, non sapevo nemmeno guidare un’automobile. Non m’intendevo di affari; non potevo intraprendere lavori manuali… ero troppo debole, e poi c’era l’operazione.

“Odiavo quell’uomo per avere infranto il mio sogno di arruolarmi tra le P.U.T.T.A.N.E., è vero, ma non sapevo ancora quanto grande fosse il mio odio, fino a quando non cercai di arruolarmi nel Servizio Spaziale. Un’occhiata al mio stomaco, e mi qualificarono inabile al servizio militare. L’ufficiale sanitario perse il suo tempo con me esclusivamente per curiosità; aveva letto gli incartamenti riguardanti il mio caso.

“Così cambiai nome e venni a New York. Lavorai in una friggitoria, poi noleggiai una macchina da scrivere e feci lo stenodattilografo… che ridere! In quattro mesi battei a macchina quattro lettere e un manoscritto. Il manoscritto era destinato ai Racconti di Vita Vissuta, e secondo me era uno spreco di carta, ma il tipo che lo aveva scritto riuscì a venderlo, la qual cosa mi diede un’idea. Comperai un sacco di riviste femminili e le studiai. Il suo aspetto era quasi cinico. “Adesso lei capisce come io sia in grado di descrivere la storia di una Ragazza Madre dal punto di vista femminile… attraverso l’unica versione che non sono riuscito a vendere… quella vera. Ho vinto la bottiglia?”

Gliela spinsi davanti. Anch’io ero sconcertato, ma c’era un lavoro da eseguire e così dissi:

Figliolo, lei vuole ancora mettere le mani su quel tipo?”

I suoi occhi lampeggiarono… un lampo poco piacevole.

Calma!” feci. “Non vorrà ucciderlo?”

Ridacchiò in modo spiacevole.

“Mi metta alla prova.”

“Non si preoccupi, adesso. Conosco di questa faccenda molto più di quanto lei creda. Posso aiutarla. So dove si trova quel tipo.

Si piegò sul bancone:

“Dov’è?”

Dissi, piano.

“Lasci andare la mia camicia, figliolo… o atterrerà nel viale, e diremo ai poliziotti che si è sentito male.”

Lasciò perdere.

“Spiacente. Ma dove si trova?” mi guardò. “E come fa, lei, a sapere tante cose?”

“Ogni cosa a suo tempo. Ci sono dei documenti… quelli dell’ospedale, e i registri dell’orfanotrofio, e le cartelle mediche. La direttrice del suo orfanotrofio si chiamava Fetherage, la signora Fetherage, giusto? Oltre a lei, c’era la signora Gruenstein… giusto? Da bambina lei si chiamava Jane, giusto? E di questi particolari, lei non ha fatto cenno con me… giusto?”

Lo avevo stupito, e anche spaventato seppure in modo lieve.

“Cos’è questa storia? Sta cercando di farmi avere dei guai?”

“Assolutamente no. La sua sorte mi sta molto a cuore. Quel tipo… glielo posso spingere tra le braccia… e lei gli farà quello che crederà opportuno… E le garantisco che la farà franca. Ma sono sicuro che lei non lo ucciderà. Per farlo, dovrebbe essere pazzo… e lei non è pazzo, per lo meno, non lo è del tutto.”

Ignorò le mie parole.

“La pianti. Dove si trova?”

Gli versai un altro po’ di liquore. Era ubriaco, ma la rabbia lo stava mettendo fuori strada.

“Non così in fretta. Io faccio qualcosa per lei… Lei fa qualcosa per me?”

“Ah… e che cosa?”

“Il suo lavoro non la soddisfa. Che ne direbbe di un lavoro stabile, ottimamente retribuito, con un conto spese illimitato, una completa indipendenza durante lo svolgimento del lavoro, e un sacco di novità e di avventure?”

Spalancò gli occhi.

“Chiederei aiuto al cielo. Andiamo, Pop… un lavoro simile non esiste.”

“D’accordo, allora mettiamo le cose in questo modo: io le consegno quel tipo, lei sistema la faccenda con lui, poi prova il mio lavoro. Se non corrisponde esattamente alla mia descrizione… be’, non potrò trattenerla.”

Era incerto, ma l’ultimo bicchiere compì l’opera.

“Qua-anndo me lo fa-arà incontra-are?” chiese con voce impastata.

“Se l’affare è fatto… subito!”

Alzò la mano. “Affare fatto.”

Con un cenno, indicai al mio aiutante di badare al locale, presi nota dell’ora (le undici) e stavo per abbandonare il mio posto dietro al bancone quando il juke-box cominciò a strepitare “Io sono mio nonno!” Prima di programmare l’apparecchio, avevo ordinato al tecnico di inserire soltanto vecchi successi e classici, dato che non potevo digerire la cosiddetta ‘musica’ del 1970: ma non immaginavo che quel brano fosse finito là in mezzo.

Gridai:

“Fa’ smettere quella roba. Restituisci la moneta al cliente.” Poi aggiunsi: “Faccio un salto nei magazzino, torno subito.”

Seguito dalla mia Ragazza Madre, mi avviai in quella direzione.

C’era una porta d’acciaio laggiù, la cui chiave era in mano a due sole persone: una ero io, l’altra il gerente del turno giornaliero; all’interno, un’altra porta si apriva su di una stanza più piccola, e la chiave di quella porta la possedevo io solo. Entrammo nella stanza interna.

Il mio compagno si guardò intorno con aria sconcertata, osservando le nude pareti, senza finestre.

“Dov’è” chiese. Un attimo di pazienza.” Aprii una cassa, l’unica cosa che si trovava nella stanza. Si trattava di un Trasformatore di Coordinate del tipo usato dall’Esercito, serie 1992, Modello II… Una bellezza, nessuna parte mobile e con un peso di ventitre chilogrammi a pieno carico, e sagomato a guisa di valigia. Lo avevo perfettamente regolato nel pomeriggio; non avevo che da lanciare la rete metallica che limitava il campo di trasformazione.

Eseguii.

“Co -os’è ‘sta roba?” chiese lui.

“Una macchina del tempo,” spiegai, e lasciai cadere la rete sopra di noi.

“Ehi!” esclamò, e fece un passo indietro. Per questo lavoro ci vuole una tecnica particolare: la rete dev’essere lanciata in modo che il soggetto sia costretto istintivamente ad arretrare di un passo, finendo esattamente all’interno della maglia metallica. Così la rete si chiuse con noi due completamente all’interno. In caso contrario, si poteva lasciare dietro di sé la suola delle scarpe o magari un pezzo di piede, o portarsi dietro, nel viaggio, una parte del pavimento. Ma questa è l’unica abilità che viene richiesta.

Alcuni agenti spingono il soggetto a entrare nella rete; dal canto mio, preferisco dire la verità e approfittare di quell’istante di attonito stupore che prende chiunque per girare l’interruttore.

E feci così anche questa volta.

10,30 – Sett. V – 3 Aprile 1963 – Cleveland, Ohio – Apex Building

“Ehi!” ripeté. “Tiri via questo dannato affare!”

“Mi spiace,” feci con aria di scusa, e buttai la rete nella cassa, che rinchiusi. “Mi sembrava che lei avesse voglia di ritrovare quel tipo.”

“Ma… lei mi ha detto che si trattava di una macchina del tempo!”

Lo invitai a dare un’occhiata fuori dalla finestra.

“Questo le sembra novembre? O New York?” Mentre lui stava a guardare allocchito le gemme e il tempo primaverile, riaprii la cassa, ne estrassi un pacco di biglietti da cento dollari, controllai che i numeri di serie e le firme fossero compatibili con il 1963. Il Servizio Temporale se ne frega dei soldi che spendi (tanto a loro non costano niente), ma non può soffrire gli anacronismi inutili. Accumula un certo numero di errori, e ti trovi davanti una Corte Marziale che ti esilia per un anno in qualche epoca particolarmente spiacevole, per esempio il 1974, con lo stretto razionamento e i lavori forzati che ne costituiscono la triste caratteristica. Io non avevo mai fatto errori simili, il denaro era perfettamente a posto.

Il mio compagno si girò e chiese:

“Che cosa è successo?”

“Il tipo che cerchi è qui. Va’ fuori e trovalo. Ecco il denaro per le spese.” Gli tesi le banconote, e aggiunsi. “Metti le cose a posto, e poi tornerò a prenderti.”

I biglietti da cento dollari hanno un effetto ipnotico sulle persone che non ne hanno visti molti in vita loro. Li stava sfogliando, incredulo, mentre lo accompagnavo alla porta e lo chiudevo fuori. Il balzo successivo era semplice: un piccolo spostamento nel tempo.

17,00 – Seti. V – 10 Marzo 1964 – Cleveland – Apex Bldg.

Se non ci fosse stato quel foglio sotto alla porta, il quale mi avvertiva che il mio contratto d’affitto sarebbe scaduto tra una settimana, la stanza avrebbe avuto lo stesso aspetto dell’istante precedente.

Ma all’esterno gli alberi erano spogli e l’aria minacciava la neve; mi fermai giusto il tempo necessario per prendere un cappello, una giacca e un cappotto, oltre al denaro dell’epoca. Avevo lasciato lì quella roba al momento di affittare la camera. Noleggiai un’auto e arrivai fino all’ospedale. Ci vollero venti minuti per lavorare l’infermiera, ma finalmente si distrasse, e io riuscii a prendere la bambina senza essere notato. Io e il mio fardello ritornammo all’Apex. Il trasferimento successivo era più complicato, perché l’edificio non era stato ancora costruito, nel 1945. Ma avevo calcolato tutto in precedenza.

1,00 – Sett. V – 20 Settembre 1945 – Cleveland – Skyview Motel

Un motel situato alla periferia della città accolse il trasferitore, la bambina e il sottoscritto. Avevo provveduto a farmi registrare, in precedenza, come “Gregory Johnson” di Warren, nell’Ohio; così ci trovammo in una cameretta con le tendine chiuse, le finestre serrate e le porte sprangate, con il pavimento sgombro nella zona in cui avevo previsto l’arrivo del trasferitore. Una sedia lasciata in un posto in cui non dovrebbe stare ti può procurare un bel po’ di spiacevoli ammaccature… non proprio la sedia, in sé stessa, ma il contraccolpo che ne deriva nel campo del trasferitore.

Non ci furono guai. Jane dormiva profondamente; la portai fuori, la misi in una scatola da droghiere che si trovava sul sedile dell’auto che avevo piazzato in precedenza vicino al motel, mi misi al volante e procedetti fino all’orfanotrofio. Scesi, lasciai scatola e contenuto sui gradini, andai avanti per due isolati fino a una “stazione di servizio” (di quelle che distribuivano benzina) e telefonai all’orfanotrofio. Quando, tornando indietro, passai davanti all’istituto, arrivai giusto in tempo per vedere che stavano portando la scatola all’interno, procedetti e abbandonai l’auto vicino al motel… entrai e feci un altro balzo fino all’Apex, nel 1963.

22,00 – Sett. V – 24 Aprile 1963 – Cleveland – Apex Bldg.

Avevo scelto i tempi piuttosto bene… in simili viaggi, la precisione è subordinata a tempi molto ristretti, tranne quando si torna allo zero di partenza. Se avevo calcolato tutto con esattezza, in quel momento, Jane stava scoprendo, nell’oscurità del parco, in quella dolce notte di primavera, di non essere la ragazza ‘virtuosa’ che aveva sempre creduto di essere. Presi un tassi al volo e mi diressi verso la casa di quei pitocchi dei suoi padroni. Lasciai l’autista in attesa dietro l’angolo, e mi nascosi nell’oscurità.

Li scorsi dopo qualche minuto. Venivano giù per la strada, abbracciati; quando furono sotto al porticato, lui la strinse e la tirò in lunga, a furia di baci della buonanotte, molto più di quanto avessi immaginato. Poi lei entrò in casa, e lui si avviò lungo la strada.

Scivolai nell’ombra e gli afferrai un braccio.

“Basta così, figliolo,” annunciai con calma. “Sono tornato a prenderti. ”

“Lei!” ansimò, e trattenne il respiro.

“Proprio io. Adesso sai chi era quel tipo… e se ci ripensi, arriverai anche a capire chi sei tu… e se ti vuoi proprio sforzare, può anche darsi che tu riesca a immaginarti chi era la bambina… e chi sono io…”

Non rispose, era maledettamente sconvolto. È una bella scossa che ti viene, quando ti dimostrano che non sei stato capace di resistere alla tentazione di sedurre te stesso.

Lo riportai nella stanza dell’Apex, e facemmo un ulteriore balzo nel tempo.

23 00 – Sett. VII – 12 Agosto 1985 – Base Sotterranea

Svegliai il sergente di turno, gli mostrai i miei documenti di identificazione, gli dissi di mettere a letto il mio compagno con una buona pillola calmante, e di arruolarlo in mattinata. Il sergente era piuttosto seccato, ma il grado è il grado, senza riguardo per l’epoca; fece ciò che gli avevo ordinato… pensando, senza dubbio, che la prossima volta che ci fossimo incontrati forse sarebbe stato lui il colonnello e io il sergente. La qual cosa può accadere, nel nostro gruppo. “Nome?” chiese.

Lo trascrissi. Lui alzò le sopracciglia.

“È così, eh? Uhm…”

“Si limiti a fare il suo lavoro, sergente.” Mi rivolsi al mio compagno. “Figliolo, i tuoi guai sono finiti. Stai per intraprendere il lavoro migliore che possa esserci… e te la caverai bene. Lo so.”

“Ma…”

“Non ci sono ma che tengano. Fatti una notte di sonno filato, poi da’ un’occhiata all’affare. Ti piacerà.”

“Proprio così!” convenne il sergente. “Guardi me… nato nel 1917… ancora al lavoro, ancora giovane, ancora pieno di gioia di vivere.” Tornai nella stanza di trasferimento, sistemai i comandi sullo zero di partenza.

23,01 – Sett. V – 7 Novembre 1970 – Pop’s Place

Uscii dal magazzino portando un quinto di Drambuie per giustificare il minuto di assenza. Il mio aiutante stava discutendo con il cliente che aveva gettonato “Io sono mio nonno!”. Dissi, Oh, lascia perdere. Fagli sentire il disco, poi toglilo dal circuito.” Ero molto stanco.

E un lavoro duro, ma qualcuno deve pur farlo; ed è molto difficile reclutare qualcuno negli anni posteriori all’Errore del 1972. Non c’è niente di meglio che prendere degli individui i quali nel loro ambiente originario sono dei disgraziati, e offrire loro un lavoro ben retribuito, interessante (anche se pericoloso) per una causa indispensabile. Al giorno d’oggi, tutti sanno perché la Guerra Fiasco del 1963 fu un fiasco. Le bombe dirette su New York non esplosero, e un centinaio di altre faccende non andarono secondo i piani prestabiliti… e fu tutto opera di tipi come me.

Ma non l’Errore del 1972: quello non fu colpa nostra… e non può essere rimediato. Non ci sono dei paradossi da risolvere. Una cosa o c’è o non c’è, adesso e per sempre, amen. Ma un altro errore non si verificherà più: un ordine, datato “1992”, ha sempre la precedenza assoluta, in qualsiasi anno.

Chiusi il locale con cinque minuti d’anticipo sull’orario solito, e lasciai una lettera nel registratore di cassa, indirizzata al mio socio del turno di giorno, con la quale lo avvertivo di aver deciso di accettare la sua offerta. Gli chiedevo inoltre di prendere contatto con il mio avvocato, dato che partivo per una lunga vacanza. Al Servizio non interessa essere rimborsato o meno, ma le cose devono essere lasciate in ordine perfetto.

Ritornai nella stanza interna, nel retro del magazzino, e di là passai nel 1993.

22,00 – VII – 12 Gennaio 1993 – Alloggi Sotterranei – Quartier Generale del Servizio Temporale

Feci registrare il mio arrivo all’ufficiale di turno, e andai nei miei quartieri, deciso a dormire per una settimana filata.

Mi ero portato dietro la bottiglia che avevamo scommesso (dopotutto, l’avevo vinta io), e bevetti prima di stendere il mio rapporto. Il liquore aveva un sapore schifoso, e mi chiesi come mai una mistura simile mi fosse piaciuta, un tempo. Ma era meglio che niente; non mi piace essere perfettamente sobrio, penso troppo.

Però non ero un vero bevitore. C’è gente che ha delle visioni. Le mie visioni erano rappresentate dalla gente.

Dettai il mio rapporto. Avevo eseguito quaranta reclutamenti, tutti accettati dall’Ufficio Psicologico… incluso me stesso, dato che sapevo di essere stato accettato. Ero là o no?

Poi formulai la domanda per essere assegnato in zona operativa; ero stufo di fare il reclutatore.

Buttai entrambi i documenti nell’apposita fessura, e mi diressi verso il mio letto.

Il mio sguardo cadde sulle “Regole del Tempo”, che facevano bella mostra di sé sopra al letto.

“Mai fare ieri ciò che puoi fare domani.

Se alla fine riesci, non riprovarci mai.

Un Punto nel Tempo salva Nove Miliardi.

Un Paradosso può essere Rimediato.

È Prima di quanto Pensi.

Gli Antenati non sono che Persone.

Perfino Giove Annuisce.”

Non mi ispiravano più come quando ero una recluta; trent’anni soggettivi di salti nel tempo ti logorano. Mi Spogliai, e quando fui coricato diedi un’occhiata al mio stomaco. Un taglio cesareo lascia una bella cicatrice, ma ora sono così peloso che non si nota, se non la si cerca.

Poi guardai l’anello al mio dito.

Il Serpente Che Si Morde la Coda, Ora e Per Sempre e Senza Fine… Io lo so, da dove vengo… Ma tutti voi, fantasmi, da dove venite?

Ecco, mi stava venendo un bel mal di testa, ma non avrei mai preso una polverina per scacciarlo. Una volta l’avevo fatto… e voi tutti ve ne andaste.

Così sgusciai sotto le coperte, e la luce si spense.

No, voi non siete veramente qui.

Qui non c’è nessuno, nessuno all’infuori di me… io, Jane… così sola al buio.

Sento terribilmente la vostra mancanza!

FINE

 

La traduzione italiana è del grande Ugo Malaguti, direttore di Galassia negli anni ’60.

 

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6 Comments

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    Many thanks for providing this information.

  2. Grazie mille Chiara, ho appena visto il film e non vedevo l’ora di leggerlo! come dici tu non è facile da trovare :)

  3. สมุนไพร กำจัด ปลวก

    9 aprile 2017 at 05:33

    I like reading through a post that can make people think.

    Also, thank you for permitting me to comment!

  4. Heinlein è stato un grande.
    Grazie

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