Chiara Micheli

Ascolto rock. Guardo film. Traccio segni. Inseguo visioni. Tengo Londra nel mio garage. Qualche volta dormo. E scrivo. Mi piace la verità, per questo invento storie.

La zia di superficie e le mutande di latta – Conversazione con lo scrittore Enzo Fileno Carabba

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carabba

  (E.F.Carabba fotografato da Carlo Zei)


“C’erano alcuni ricordi, insistevano a seguirmi. Erano dei messaggeri.

«Noi vogliamo sistemare le cose» hanno detto.

«In che modo» ho chiesto.

«Seguici e lo saprai».

Allora li ho seguiti.”

 

La giornata è pessima, ieri prometteva tempesta, oggi mantiene acqua, ma questo pomeriggio dentro Il Caffè delle Murate l’atmosfera è calma, è caotica, c’è diversa gente piuttosto famigliare. Stasera in questa parte dell’ex carcere di Firenze fatta di mura lunghissime, senza finestre, dove una volta i detenuti soffrivano le pene della reclusione e oggi è luogo aperto alle culture, forse con altrettante pene, covaccio di letterati, attività artistiche, cinema e buffet a tutte le ore, mi ritrovo a parlare con Enzo Fileno Carabba, scrittore che ha da poco pubblicato per Mondadori

La zia subacquea e altri abissi famigliari

 zia

 

La conversazione ha decisamente urlato, sopra il vociare generale, tra svincoli di idee e parecchie tangenziali di argomenti. Tra un Bloody Mary accompagnato da un intero sedano – alle Murate sono generosi con i loro avventori – e il critico di cinema Giovanni Bogani che di certo ci ha maledetto con gentilezza mentre aspettava di iniziare la sua serata di presentazione di Uomini contro di Rosi, ecco la nostra chiacchierata.

 

Ciò che serve, l’anima lo usa.
Sono strabilianti, anzi, la saggezza e il senso pratico che essa dimostra nell’utilizzare accidenti e disgrazie.

 James Hillman

 

C.M

Partiamo da un libro, questo libro, e facciamo finta io non lo conosca. Dimmi cosa hai scritto.

E.F.C.

Te lo racconto raccontando me stesso. I miei primi libri scritti sono stati di letteratura fantastica, poi ho scritto un libro su Attila, insomma tutti mondi lontani da me, quindi non avrei mai pensato di scrivere un libro basato sui miei ricordi. In genere si fa all’inizio, quando si comincia a scrivere; invece per me è arrivato dopo tanti libri fatti, ed è nato da un fenomeno per me incredibile: cominciavano ad arrivare ricordi che si ripetevano. All’inizio non pensavo di scriverli, non mi piaceva l’idea, ma in qualche maniera mi sembravano più che semplici ricordi, dei messaggeri da un mondo misterioso, e quindi con grande stupore e meraviglia, per me è stato bellissimo, ho cominciato a raccoglierli, questi ricordi–messaggeri. Inizialmente, dato che da bambino pensavo di avere dei poteri speciali, ho detto: “Allora scriverò la storia di questo personaggio che sono io, scriverò episodi in cui si manifestano questi poteri”. Poi però la cosa è aumentata, per cui il libro non si limita all’infanzia ma va fino all’età adulta, su come questi episodi, in cui si manifestano i presunti poteri, si presentino anche nell’età adulta. Dopo naturalmente la vita mi ha spiegato che non li possedevo, non erano poteri davvero, ma reazioni fantastiche alla vita quotidiana.

Beh, è il modo migliore di interagire con il reale, soprattutto quando si ha in realtà poco potere, come da piccoli.

Nel mio caso da grande me ne sono reso conto perché tante persone mi chiedevano perche raccontassi queste cose strane, storie fantastiche, ed era questa una bella domanda, perche per me io non scrivevo storie strane, per me erano storie normali. In più a me non piacciono le pose strane, da personaggio, figuriamoci, per cui ho cominciato a farci caso. Allora attraverso questo libro cerco di raccontare la genesi, come sono nati questi mondi immaginari nella mia vita reale, gli episodi che mi hanno formato.

Tu sei toscano, cresciuto a Firenze, perché c’è tanto Abruzzo nel libro?

Io da bambino stavo là per i mesi estivi, perché una parte della mia famiglia è abruzzese. Una parte viene dall’Appennino, una viene da Siena,  la famiglia ha molti rivoli, ma si parte dall’Abruzzo, che per me era un luogo leggendario, e poi, però, da una certa età, più niente, stop, è avvenuta una cesura fortissima, alla quale forse imputerei tutta la faccenda.

Tuo nonno era uno dei famosi Carabba editori, no?

Sì, parente. Lui era scappato a 17 anni dall’Abruzzo perché nella leggenda famigliare si dice che i fratelli si erano giocati tutto a carte… famiglia di grandi giocatori… ai tempi mi facevano vedere diverse case che erano state della famiglia e poi perdute. Anche mio nonno è stato un grande giocatore ma mai d’azzardo, forse per questo trauma: soprattutto scopone scientifico e altri giochi pensosissimi.

E il libro, infatti, inizia con l’Abruzzo, bellissimo.

 Volevo semplicemente scrivere persone, luoghi e cose per cui io ho avuto maggiore amore, l’aspetto sentimentale di cose che ho sentito forti. Per me è la prima volta e probabilmente ultima, visto che le ho messe tutte nel libro. Ma un aspetto straordinario e per me interessantissimo è che maneggiando materiale molto amato ma anche molto delicato, perché alcuni personaggi sono soggetti da trattare con le pinze, questo ha cambiato anche la mia scrittura. Ci doveva essere cautela, e io non avevo mai sperimentato la cautela nello scrivere, ho scritto libri dove succede esattamente l’opposto… a me piace molto il personaggio che arriva in un posto nuovo e gli fa schifo tutto. Poi naturalmente si dovrebbe capire che in realtà non è vero, ma questo in un secondo momento: in un primo momento lui è il più furbo e gli altri fanno schifo.

Pessimi segnali, per esempio, che, tra parentesi, un’allieva di un laboratorio di scrittura, dopo 5 anni, poiché fonte di enorme godimento proprio per il tipo di scrittura, mi rammenta ancora ammirata.

Pessimi segnali, Attila e questo sono in effetti i miei libri che amo di più, i preferiti. In Pessimi Segnali l’aggressività era quasi “caricata”, qui invece è la delicatezza che ha posto, per me una scoperta eccezionale.

Questo cos’è, il tuo decimo?

Sì, circa. Mio padre, quando ha saputo che scrivevo questo libro mi ha detto: “Ci rivedremo in tribunale!”

Tuo padre è tremendo… (si ride, il suddetto padre è Claudio Carabba, il critico cinematografico.)

 Infatti… invece poi ha dovuto ammettere che molti personaggi del libro sono migliorati rispetto al prototipo. Se uno non li conosce, pensa siano esagerazioni, in molti punti gli episodi possono apparire delle esagerazioni romanzesche… niente di più falso, li ho dovuti invece stemperare.

D’altra parte si parla sempre di stupore dell’infanzia, che in questo libro certo c’è, ma c’è anche lo stupore dell’età adulta, come questa forza permea l’età adulta. Ecco, tutto qua.

Romanzo a densità altissima, densamente popolato, per un bambino solo. Strani personaggi tu ne incontri, come i maniaci sessuali appiccicaticci che frequentavano i parchi giochi e avevano una certa predilezione per questo bambino…

Tanto che la nonna gli disse che per Natale avrebbe ricevuto per regalo delle mutande di latta antistupro.

Regalo come si dice utile.

Riprendendo allora il tema della visione fantastica, siccome mi scontro qui in Italia con il problema dell’accettazione “ufficiale” del fantastico in letteratura, problema che non ho in altre paesi, mi dici quanto è stato difficile per te, se è stato un problema questa tua caratteristica.

Io ho sempre pensato in termini fantastici. Più che problema io parlerei di questione, una bella questione. Spesso mi dicono, ah, hai scritto cose fantasy!, che invece è tutto un altro discorso. Ma nella letteratura, i testi miei amati, i grandi testi in generale, sono tutti fantastici. La Divina Commedia è un testo fantastico, Moby Dick è un testo fantastico, dove si capisce che l’autore ha una grande esperienza della vita, del reale, ma lo usa in termini fantastici. Io amo molto Luciano tra i classici. C’è una tradizione fortissima nella letteratura, ma proprio perché è parte fondamentale dell’immaginazione umana.

Anche tu sei dell’idea che non vadano divisi, l’immaginazione fa parte del reale, separarli è assurdo. Anzi, quando li separi, penso al fantasy di oggi che molti giovani scrittori fanno, forse proprio perche hanno poca esperienza di vita, si riducono a banali messe in scene di cliché rimasticati senza scavare a fondo nella sostanza del reale che lo tiene su. Mi verrebbe da dire che non c’è niente di più reale del fantastico.

Beh, il fantasy oggi è quasi un confine, un ghetto, nasce su degli stereotipi, anche se sappiamo che ci sono bellissimi libri nati su degli stereotipi…

… quando gli stereotipi si afferrano e si rivoltano.

Nel mio romanzo accadono cose dove l’immaginazione ha un forte peso proprio perché è della mia esistenza di affrontare i problemi in questo modo, e così nella mia scrittura. La differenza per me è che all’inizio la lasciavo correre senza freni, e questo però produce anche dei testi più difficili da leggere; dopo ho pensato che qualcosa era cambiato in me, ero più attratto da alcuni episodi reali, proprio perché danno una base, una semplicità maggiore, anche una dolcezza maggiore alle storie.  Certo, tutto ciò detto da uno che per tutta la vita ha letto di mostri marini.

Le prime letture sono fondamentali. Quali sono state le tue, i libri che hanno segnato in modo forte la tua crescita?

Ora mi vengono in mente quelli dell’adolescenza. Uno è Don Chisciotte, mi sono poi reso conto appunto che a me piaceva molto l’idea del personaggio che non capisce o capisce le cose in modo differente dagli altri. Mi ha lasciato un’impronta fortissima. O Mark Twain, dove i protagonisti sembrano sempre vagamente ubriachi. Da una parte vivono grandi avventure nella natura ma insieme hanno sempre qualcosa di stralunato, ma stralunato vero, non caricaturale, si vede che lui era proprio così, almeno a mio insindacabile giudizio di lettore. Li sento veri. Moby Dick è un libro che mi è piaciuto tantissimo, un libro che invece pochissimi leggono, in verità. Questo è interessante, i più non lo leggono…

Ma lo citano a ogni occasione.

Ma molti scrittori, anche molto noti, in privato dicono, no, io non lo leggo, hanno un’avversione… casomai preferiscono Bartleby lo scrivano

Non avesse a far male.

Testi, insomma, dove sembra che tutto dilaghi. Poi ho scoperto da adulto che chiaramente non è vero, che c’è un controllo economico della materia narrativa, ma da ragazzo non lo capivo, mi sembrava che uno potesse andare in tutte le direzioni… in realtà ciò è dato da una ricchezza inventiva eccezionale dei testi. Poi dirò questa cosa: a me da ragazzo piaceva tantissimo anche Kafka.

Ora alcuni di questi libri io non li ho più riletti, con alcuni anzi ci ho riprovato con il risultato di non riuscirci. Ad esempio Cent’anni di solitudine di Marquez, che mi sembrava una lettura di bellezza sconvolgente. Invece un testo che sto riscoprendo ora, letto da ragazzo, è appunto Luciano, La storia vera.

L’unica cosa vera del racconto è che è tutto falso…

Lui ha queste storie, da una parte grandi avventure, dall’altra, però sono anche dissacranti e ironiche rispetto al pensiero dominante del suo tempi e questa combinazione a me piace tantissimo. Difficilissima, perché spesso l’ironia può distruggere la storia ma a lui riesce e io lo amo tantissimo. Di lui si pone l’accento solo sull’aspetto satirico, invece a me sembra che provi anche una vera soddisfazione a far vivere grandi avventure ai suoi personaggi.

Invece da bambino mi ricordo in modo impressionante tutte le novelle che mi leggeva mia cugina, grande lettrice che interpello ancora oggi come enciclopedia della fiaba, da Capuana in avanti, e mio nonno, enorme personaggio nel libro, che mi leggeva Salgari. Insomma grandi classici che sono stati una vera emozione. Poi, il primo libro che ho letto con i miei occhi, è stato La Tela di Carlotta.

Voglio raccontare questo episodio: io pensavo non fosse un libro conosciuto, avevo sempre pensato di conoscerlo solo io. Poi un giorno, ero a lezione in una classe, ne parlai e una ragazza mi disse è un classico, ci hanno fatto anche un film!. Allora mi precipitai in libreria, avevo sempre dato per scontato che non l’avrei mai più ritrovato e lo acquistai. Ma non l’ho riletto, per paura che oggi non mi piaccia più.

Ricordo c’era una fattoria, un ragno e un maiale…

Ma a proposito di scrittura voglio raccontare anche questa cosa: una delle mie prime esperienze di scrittore è stata con la Disney, che tra parentesi non è stata molto positiva, mi rimproveravano sempre di avere una scrittura troppo colta, troppo letteraria, troppo elitaria, e io dicevo eh, certo, giustamente. Io tra l’altro sono cresciuto con i fumetti della Disney, mio padre faceva anche il critico di fumetti e mi faceva gli esami per vedere se riconoscevo i disegni di Barks, che idolatravo, ma forse qui eravamo in Italia, una cosa differente, e io comunque ero accorto, certo non volevo essere elitario, non ci tenevo, e entrai mio malgrado in un tunnel mentale. Mi mandavano continuamente messaggi sulla mia scrittura che non andava e una notte mi dissero che avevo davvero esagerato: avevo usato l’aggettivo tenue. “È per adulti e colto. Proprio no.” Io dissi, vero, sono deficiente, stavo scrivendo una saga ragazzi dai 16 anni in su. E poi, in quei giorni, prendo in mano La Tela di Carlotta, lo apro alla prima pagina e cosa leggo alla prima pagina? La Tela di Carlotta, libri letto a sei anni, sei, aveva in prima pagina l’aggettivo tenue.

Ecco  La tela di Carlotta (1952)

 tela

L’autore del libro è lo statunitense E.B.White, (1899-1985) autore anche di quel gioiello che sono Le avventure di Stuart Little, consigliatissimi. Ai grandi, intendo, non solo ai bambini.

  E oltre la Tela, poi?

Ne ho parecchi altri in attesa che non oso riguardare. Un altro amatissimo fu quello che mia nonna mi leggeva quando ero all’asilo, La guerra del Fuoco, sugli uomini primitivi e dal quale è stato tratto anche un film.

Di Annaud…

Cresciuto, il libro sparì. Io chiedevo a mia nonna e lei mi diceva, no, non è mai esistito, io non te l’ho mai letto. Possibile mi sbagliassi? Periodicamente lo richiedevo, anche nell’adolescenza, ero sicuro, e lei no, no. Poi grande e già padre, torno a chiederglielo, era poco prima che morisse, e lei: “Certo, è di là”.

Non ci posso credere! E me l’ha portato. E ora è con me, vecchio, in un contenitore, ma da me. Pero non l’ho riletto… solo una pagina, forse due… ma prima o poi ci riprovo.

  fuoco

   La guerra del fuoco (La guerre du feu, 1909)

 Comunque a me è sempre piaciuto il romanzo, direi picaresco…

Infatti è il temine che ho in mente che ti descrive meglio.

Eh, infatti. L’altro giorno guardavo questo testo, Lazarillo de Tormes, il primo testo picaresco e dicevo, mi sento veramente a casa. Nell’avventura, non necessariamente solo classica, tipo Ulisse, che mi va benissimo, ma nell’avventura assurda, bislacca.

Gli spagnoli…

Tantissimo, ma spesso non me li ricordo più. Alcuni libri li ritrovo tutti sottolineati, di questo ne ho più copie perfino, come un invasato… l’atmosfera spagnola, ma anche quella da mille e una notte, vera o falsa, fiabesca. La storia di chi, bambino, se ne va in giro e trova il mistero… o la strega, presenza forte che è rimasta anche nell’età adulta.

Con altri nomi ma il mondo è pieno di streghe e stregoni.

Streghe e stregoni che mi è sempre sembrato avessero sempre da dirmi qualcosa che mi riguardava.

Oggi le streghe e gli stregoni sono per fortuna ritornati narrativamente famigliari. Purtroppo invece vanno quasi tutti a finire editorialmente nel self-publishing, se ne pubblicano tradizionalmente solo una piccolissima parte. Colpa della qualità, dicevamo, ma spesso colpa anche di pregiudizio.

Appunto, peccato, poiché ha una grande presenza nella nostra tradizione italiana.

Che spiegazione te ne dai?

Anche Calvino, scrittore fantastico, all’inizio ha fatto finta di essere realistico, lo ha detto lui stesso.

Non gli è riuscito.

Ma ad esempio Pavese, i suoi Dialoghi con Leucò, dialoghi col mito, sono bellissimi. Anche autori ritenuti solamente autori realistici hanno grandi elementi di fantastico ma se ne parla poco,

Come a non voler vedere. Si è creato un pregiudizio ideologico, sembrerebbe,

probabilmente si,

di una guerra, realistico verso fantastico, che in realtà nessuno aveva mai dichiarato.

Mi ricordo questa frase di Tolkien molto bella: “Mi dicono che la letteratura non deve essere una fuga, ma io distinguo la fuga del disertore dalla santa fuga del prigioniero”. È una fuga nobile e giusta.

Verso di lui avevano un forte pregiudizio ideologico legato all’impegno politico,

anche se poi se lo leggevano tutti di nascosto,

perché pensavano sempre alla fuga del disertore. Quando ero ragazzo io, in effetti, Tolkien non si leggeva e io che lo dicevo ero considerato da tutti un neonazista. C’erano i campi hobbit, quindi ragioni sociali serie… ma bizzarre… perché mi dicono che negli Stati Uniti invece è legato alla contestazione degli anni ‘70. Ma da noi era così. A me non piaceva molto all’inizio la sua scrittura, mi sembrava banale nella mia arroganza giovanile, ma poi l’affresco generale è di una ricchezza e una potenza notevolissime.

Anche solo a scriverla, questa cosa, è di una stupidaggine che mi imbarazza… per fortuna ora è quasi sdoganato. Non del tutto. Ma le giovanissime generazioni se ne sono impossessate alla faccia delle ideologie e accolgono la meraviglia del racconto, casomai talvolta penalizzandolo come libro di genere. Ma succede. Come King.

Ah, King, l’ho amato molto. Perché oltre l’avventura, le altre mie frequentazioni dell’infanzia erano quelle con la paura. Ritengo di essere stato il primo bambino italiano ad ascoltare la storia di Shining, perché i miei genitori lo presero appena uscito. Si chiamava allora Una Splendida Festa di Morte, noi eravamo in Turchia in un albergo semivuoto, in una zona deserta, e i miei lo leggevano e se lo raccontavano e a me faceva una paura tremenda. Certo i miei genitori non erano simili alla gente del libro, non mio padre e neanche mia madre, ché la donna di Shining è snervante, capisco che lui si innervosisca. Forse con un’altra donna non avrebbe fatto quello che ha fatto. Comunque mi ricordo l’impressione profondissima. L’unica cosa che poi rileggendolo ho trovato innaturale era la neve… io avevo la sabbia, che ci faceva la neve?

Certo i primi libri di King mi hanno molto colpito, non la singola pagina di scrittura, ma le storie che vanno nel profondo delle nostre paure.

Poi a un certo punto l’ho trovato noioso, molti dicono che è cambiato, forse è vero. Certo quando è uscito il seguito di Shining sono andato subito a comprarlo, io per l’appunto avevo scritto della Zia Subacquea e di una scatolina, che è molto importante, e il seguito di Shining finisce con una scatolina… caspita che coincidenza.

Ma ai suoi primi libri ci sono legato come fosse quell’uomo un parente.

Io lo amo per certe storie, non tutte, e per il libro di un saggio che è On Writing. Amo poco le riduzioni in tv o cinema delle sue opere, ché mi sembrano banali, con debite eccezioni, certo. Adesso sto guardando la riduzione di 11 22 1963 fatta da Showtime con James Franco e mi sembra un’altra cosa, forse perché rientra nel corso della nuova serialità americana di alto livello che niente ha a che vedere con le cose vecchie. Vedilo, può darsi ti piaccia.

Ma torniamo alla Zia Subacquea. Allora, ora che è spiegato da dove nasce, diciamo il perché di questo titolo.

Perché il mare è uno dei suoi protagonisti.

Come della tua vita.

Io ho passato tanto tempo in acqua, ho fatto anche la guida subacquea.

Il protagonista bambino del libro segue la zia che nuota tantissimo, per chilometri, fino a che la spiaggia diventa piccolissima. Una zia che in realtà è di superficie, che ha le sue difficoltà con il mondo ma quando entra in acqua si trasfigura. Parlerò in prima persona, perché il bambino sono io. I maggiori momenti di comunione con lei sono stati proprio nuotando insieme, senza parlare, ma andando lontano. Il mare come luogo di comunicazione. Il motivo perché poi è subacquea lo scopre chi lo leggerà, non lo rivelo. Il bambino invece colleziona, una collezione sterminata di conchiglie, organismi marini, minerali e così via, e la chiama La Barriera Corallina.

La tiene in camera sua e a un certo punto appare quasi come abbia un suo sviluppo autonomo, cosa che a me sembrava possibile. Conservavo talmente tante cose, anche animali sotto formalina, funghi, piante, che negli anfratti della camera e nelle librerie avevano sviluppato una vita propria, o cosi sembrava al bambino.

Di certo conservavi lo stupore.

La Barriera si espandeva come un territorio del suo cervello, oltre a essere luogo vero ed espandersi materialmente.

Ce l’hai ancora?

Certo, qualcosa. Ma con il tempo l’ho dovuta smantellare. Il ragazzo, quando comincia a conoscere le donne… la presenza di teschi e scorpioni, lo sguardo della triglia che ti guarda, vicino al letto scoraggiavano, e la barriera è stata smantellata. Ma le conchiglie sono in parte rimaste. Poi da adulto ho preso coscienza che potevo anche rovinare l’ambiente e per quanto grande certo non era al pari dei grandi collezionisti mondiali. Era pazzesca per un bambino, ecco.

Hai ancora lo spirito del collezionista?

No, l’avevo allora, con lo spirito di scoperta, di esplorare per andarle a prenderle sottacqua o in giro. Mi ricordo di essere andato a Bologna a prendere un esemplare rarissimo di conchiglia, ero in contatto con associazioni e collezionisti che non sapevano che ero un bambino. Mi arrivavano lettere del tipo pomposo, tipo abbiamo un esemplare di Murex Elongatus…! Una cosa insignificante ma sapevo che era rara… certo non potevo prendere grandi conchiglie rarissime. Da ragazzo era considerata molto rara la Conus Gloriamaris e poi, come succede, devono averne trovato un gruppo, per cui io la vidi in vendita anche a Castiglion delle Pescaia. Ma non avrei potuto comprarla, costava tipo 500 mila lire. Una passione travolgente.

Questa cosa è inedita, non l’ho messa nel libro. A quei tempi per via di mio padre critico veniva spesso a casa nostra Roberto Benigni e lui mi prendeva e mi lanciava per aria urlando, Conchigliaio! Conchigliaio!

Una passione travolgente che è cominciata subito, dai sei anni, e durata fino alle medie, diciamo, per quel mare d’Abruzzo. I miei viaggiavano molto e mi portavano in posti di mare che obbiettivamente erano più belli, eppure non succedeva la stessa cosa. Forse perché lì avevo il tempo di familiarizzare, di scoprirlo e farne parte. Ho visto posti memorabili ma quello era un’altra cosa.

Per forza, era il tuo.

Capisco che le Eolie sono più belle ma come luogo della leggenda questo è fortissimo… c’era la ferrovia, poi l’autostrada e la presenza dell’uomo era forte, ma poi cominciava subito una vita diversa, aliena, magica, quindi un’impressione  potentissima, come me la ricordo. Certo ha poco a che vedere con gli standard dell’immersione.

Per fortuna.

Il libro inizia con il mare ma continua attraversato dalla barriera che resta con lui e lo accompagna,

È una barriera contro il mondo.

e poi lui andrà in tantissimi altri posti e anche la montagna diventerà una passione, un contro racconto.

L’altro giorno un signore mi ha detto: “Ma non a caso l’Infinito di Leopardi non finisce con «e il naufragar m’è dolce in questo monte» ma «in questo mare»!” che come affermazione è molto ambigua… e menomale, che se no sarebbe una specie di tamponamento…

(Chi lo desidera qui può inserire l’inquadratura dei due interlocutori ripiegati su un tavolino delle Murate, tra l’altro piuttosto basso, che rischiano di soffocare.)

Ma il mio protagonista comunque poi qualche naufragio sul monte lo farà…

Sono belli anche quelli, io che ho da poco scoperto di avere una selva, ci ho già fatto certi naufragi, sul monte.

E son belli, appunto. Infatti, da quando me lo hanno detto, continuo a ripetermi «il naufragar m’è dolce in questo monte…»… uno finisce per arenarsi… anche se dobbiamo dire che sono di diversa natura.

Dopo la debita escursione leopardiana, l’ultima domanda. Dimmi gli ultimi tre libri davvero importanti per te che hai letto.

Non ne dirò tre ma solo uno, che vale per tre, anche per numero di pagine.

Sono impazzito per questa scoperta, che vorrei diffondere a tutto il mondo, perché è un libro meraviglioso, una delle cose più belle che abbia mai letto, tra l’altro io non sono un lettore compulsivo ed era tanto che non avevo tra le mani uno di quei libri che sei ansioso di ritrovare la sera. Questo è un libro della mia vita, paragonabile ai classici che dicevamo prima. È I quaranta giorni del Mussa Dagh (1933) di Franz Werfel.

Ah, Werfel, certo, lo conosco, mi piace molto, ho letto Nel crepuscolo di un mondo (1937) ma non questo.

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I quaranta giorni del Mussa Dagh (1933) di Franz Werfel
Corbaccio

È un romanzo sullo sterminio degli Armeni, vero e proprio racconto epico della resistenza armena e del genocidio di quel popolo per opera dei Turchi. Tratta un episodio specifico di eroismo, un gruppo che decise di resistere. Una bellezza meravigliosa, nonostante il tema. Lui lo scrive nel ‘33 prima dello sterminio degli ebrei, immagino cosa pensò quando poi lo vide avverarsi con gli ebrei. Molti di questi Armeni andavano verso lo sterminio inconsapevoli, incolonnandosi verso la morte, incerti, e incarna il sogno della resistenza, di capire e morire almeno per questo. Poi la bellezza di questi luoghi, di questa montagna, luoghi tristemente attuali. Un’emozione per questa ricchezza che illustra. E personaggi strepitosi.

L’ho trovato per caso su una spiaggia, abbandonato, e l’ho letto. Ho scoperto che è stato in passato un classico, poi dimenticato… per ragioni politiche, immagino. Non lo conosce quasi nessuno, ma un giorno ne ho letto per caso una pagina in una libreria ad alta voce e un signore mi ha detto, ho sentito un tuffo al cuore quando l’ho riconosciuto!

Tutti, tutti dovrebbero leggerlo.

 

  A Franz Werfel, scrittore austro-ungarico nato nel 1890, la fama arrivò proprio con questo libro nel 1933. Werfel era ebreo e amico di altri scrittori ebreo-tedeschi che frequentavano il caffè di Praga Café Arco, Max Brod e Franz Kafka, e fu lui a curare il primo libro di poesie di Georg Trakl.

Un viaggio in Medio Oriente nel 1930, dove incontrò dei rifugiati che stavano morendo di fame, ispirò questo romanzo che fece conoscere al mondo il genocidio Armeno per opera del governo Turco.

Werfel tenne conferenze su questo tema per tutta la Germania ma i giornali nazisti lo denunciarono come propaganda. I suoi libri furono bruciati e Werfel lasciò l’Austria, dove risiedeva dopo l’Anschluss nel 1938. Si trasferì prima in Francia e poi negli Usa nel 1940. Morì a Los Angeles nell’agosto del 1945, non potendo così vedere le vicende del dopoguerra sulla questione dell’olocausto degli ebrei.

Il libro altrettanto bello che io amo di Werfel, scritto dopo ma molto simile nello spirito, sono racconti che testimoniano la caduta di quell’intero mondo, non solo fisico ma soprattutto mentale, che era stato l’impero Austro-ungarico, il mito della Mitteleuropa, e la successiva, amara condizione di senzapatria che diventò la cifra di molti. Purtroppo è fuori catalogo, come quasi tutto del resto di Werfel, ma una ricerca su Amazon ne fa spuntare qualche copia usata a poco prezzo:

    Werfel – Nel crepuscolo di un mondo

Ormai è notte, la città aspetta, bagnata e luccicante, è tempo di finire la nostra conversazione. Ma niente paura, il buio non ci morderà stasera, o almeno finché avremo abbastanza Barriere Coralline a proteggerci. L’invito è a costruirvi la vostra.

 

Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada… Era la mano del Destino, o un preciso carattere individuale. La nostra vita non è tanto determinata dalla influenze subite ma quanto dal modo in cui abbiamo imparato ad immaginarla.

James Hillman

zia

Enzo Fileno Carabba 

La zia subacquea e altri abissi famigliari

Mondadori

Romanzo di ricordi che è romanzo famigliare, romanzo di formazione e romanzo di educazione sentimentale, dove con serissima ironia e leggerezza, andando a coprire un arco temporale di circa quarant’anni, ci racconta di una famiglia bizzarra e d’innumerevoli incontri, costruendo un’epica potente fatta di attimi di vita che si svelano magicamente.

 

Il libro La zia subacquea e altri abissi famigliari

L’ebook La zia subacquea e altri abissi famigliari

 

Le citazioni di James Hillman sono tratte da Il codice dell’anima, Adelphi

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