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Un così perfetto Truman Capote senza che lo abbia scritto Capote.
Il film Copia originale (Can you ever forgive me?) di Marielle Heller è una storia basata sulla falsificazione, quella di Leonore Carol “Lee” Israel (1939-2014), scrittrice senza fortuna che all’inizio degli anni Novanta ebbe l’idea di creare e vendere più di quattrocento lettere di autori scomparsi nei circuiti del collezionismo letterario.
Lei è brava, sa scrivere ma nessuno l’ascolta, quello di cui scrive nel circuito che conta, glielo ripete la sua agente, non interessa. Allora perché non prendere la voce di Dorothy Parker, Noel Coward e decine di altri geni letterari e battere a macchina lettere di corrispondenza estremamente interessanti e argute? Da vendere a collezionisti ricchi naturalmente, disposti a pagare cifre astronomiche per mettere le mani su cose private di gente famosa. La fama, il successo. Il nocciolo è tutto qui. Una volta si poteva dire il sogno americano, oggi il sogno di chiunque.

Ah, il circuito letterario newyorchese. Con i luoghi, le librerie, l’atmosfera rarefatta, frizzante e il tempo che percola, le stanze dimesse e la musica anni ’50 e il passo giusto del racconto come si deve. Un grande omaggio, estremamente amaro, alla stupidità che il denaro spesso ci permette, comprare un pezzo degli altri. La voglia di mettere le mani, di possedere è quello che spinge tutti al rito dell’oggetto appartenuto a.
E Lee che, dapprima meravigliata di cotanta scemaggine e poi fatti due conti, da vera figlia del capitalismo, mette a frutto cotanta scemaggine, è deliziosa. Lee è la perfetta immagine speculare di Holly, quella assurda ragazza che cerca anche lei fortuna in modi poco ortodossi, con colazione dal gioielliere.

E le si addice così tanto che, come per ogni convinzione che ci piace, quelle lettere diventano vere. Per lei sono vere, perché la comunione che acquista in ore e ore di immedesimazione con l’autore, fa sì che lei diventi la voce dell’autore. L’illusione. Vera, falsa, ma non certo più falsa di tutte le manovre editoriali di quel mondo letterario che di lettere ha molto poco ma di soldi tanto, che crea e distrugge persone e personaggi nell’ingranaggio di una arte da vendere, come il seme fondativo del cinema hollywoodiano o dell’arte contemporanea, a chi non sa. Soldi, appunto.

Due interpreti, per una tale storia in due bisogna essere, compari beoni truffaldini e malinconicamente cinicamente disillusi,  in stato di grazia, Melissa McCarthy e  Richard E. Grant.

Film bello, soddisfacente, falso con piacere.

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