Chiara Micheli

Ascolto rock. Guardo film. Traccio segni. Inseguo visioni. Tengo Londra nel mio garage. Qualche volta dormo. E scrivo. Mi piace la verità, per questo invento storie.

ANDAVAMO IN CENTO DIREZIONI DIVERSE – Conversazione con la scrittrice Angela M. Jeannet – pt. 2

CM –Allora parliamo adesso di un posto del suolo statunitense e raccontiamo un’esperienza unica…

AJT – Io ero molto cosciente della situazione femminile in quegli anni in USA. La maternità, la salute del corpo, lo studio, il lavoro retribuito regolarmente molto meno di quello degli uomini, e quindi i problemi che sarebbero venuti con le pensioni miserevoli. E io ne facevo parte. Ne parlai con alcune colleghe e dicemmo, che si può fare?
Siamo adesso in Pennsylvania, una cittadina che si chiama Lancaster. Uno dei primi centri fondati da perseguitati religiosi, protestanti di rami secondari, combattuti dai protestanti stessi come eretici. Venivano dalla Germania meridionale, valle del Reno. Ma anche cattolici tedeschi altrettanto perseguitati. Pacifisti, di cultura rurale, farmers indipendenti, artigianato meraviglioso e zone ricchissime d’attività. Una zona prospera ma strutturata così: i pochi neri in un angolo, le donne in casa, agli uomini tutto il resto.

Io stessa insegnavo in un college per maschi. Su 80 docenti eravamo due donne.

Tutto sembrava immobile.

Io guardai a quella situazione per un po’ e capii che bisognava fare qualcosa. Dovevo fare qualcosa. Così un giorno misi un annuncio sul giornale, se ci sono donne che si interessano di idee femministe telefonate a questo numero, e detti quello di casa. Era il 1970, una sera di ottobre, mi arrivarono una ventina di sconosciute, mi dissi, ma che sto facendo? E invece! Le chiacchiere! Tutte in ebollizione, l’emozione, tutte volevano parlare, finalmente! Così formammo un gruppo, il Lancaster Women’s Liberation Group, e mandammo una dichiarazione ai giornali con le nostre idee.

Ma incontrarsi in una casa privata non andava, poi la casa si lega a una classe sociale, ci voleva un posto nostro.

Una del gruppo disse: sai, si sono messi in contatto con me dei pastori protestanti che fanno consulenza per le donne e l’aborto (erano disperate allora, morivano) ma preferirebbero affidarla a delle donne, sapete, donne a donne, siete disposte?

Eravamo impetuose, così cominciammo seriamente, avevamo con noi un medico donna, un avvocato, un rappresentante di associazione per i diritti civili, le donne consulenti, che dovevano fare un corso per capire la responsabilità che si prendevano e le leggi, e un pastore. E noi presentavamo tutte le possibilità, aborto, adozione e come fare per tenere il bambino.

Allora era illegale l’aborto, per questo avevamo con noi un avvocato pro bono, e ognuna mise un tot di soldi e affittammo un appartamento. Per 12 anni l’abbiamo mantenuto da sole, ognuna con quello che poteva, se non aveva soldi faceva volontariato, ed eravamo completamente indipendenti, e questa era la nostra forza.

CM – Potrebbe dirlo a quelli che vorrebbero che il solo modo di fare le cose fossero i soldi dello stato, senza nome e senza responsabilità…

AJT – Appunto. Cominciammo a raccogliere libri, documenti, bollettini che arrivavano da ogni parte, il nostro era un posto speciale, si veniva per qualunque cosa, chiedere aiuto, informarsi o avere un momento di pace, leggere un libro, una tazza di caffè e fare qualcosa. C’erano sessioni di autocoscienza obbligatorie per tutte, si condividevano le esperienze di donne. Che per quanto diverse, sono sempre le stesse. La prima, la più importante, quelle di essere chiamate “donne”.

Io avevo 40 anni allora, ma c’erano quelle di 20 con cui stavo benissimo. Fu la scoperta per me delle compagne, amiche. Eravamo una task force di azione. Stupro, violenza, scuola, aborto, lavoro, ecc., tantissimi campi e tantissimi gruppi. Fummo uno dei primi a nascere… Un’arnia di circa 200 donne operose, più quelle che si aggiungevano via via. Poi i viaggi di dimostrazione, due a Washington, e il divertimento, i rapporti di vicinanza e affetto, uno stato di grazia. Le donne dei gruppi stesse intrapresero un percorso, molte decisero di cambiare la loro vita, chi divorziava, chi tornava a scuola…

Alcuni gruppi ebbero uno sviluppo enorme e impegnativo, come quello contro la violenza sulle donne, e ancora è un centro permanente. Ci sono nidi per bambini di ragazze che vanno ancora a scuola…

Fummo il punto di partenza, il nucleo di molte cose oggi.

Poi con l’avvento di Reagan cambiò molto, arrivò più povertà e la divisione netta tra haves e have nots che oggi è molto presente, sta scomparendo la classe media. E la classe media si è spaventata, e se ci si spaventa si diventa chiusi e conservatori e si fa resistenza. Trovammo una sempre più forte resistenza che ci faceva sentire colpevoli. È subdolo. Le donne cominciarono a pensare: se spendo il mio tempo qui, allora la mia famiglia ne perde. È facile far venire alle donne il senso di colpa, un uomo non se lo pone mai il problema.

Le donne erano stanche sfinite, facevano dieci lavori insieme… andavamo in cento direzioni diverse…anch’io ero docente a tempo pieno, avevo la famiglia, e questo grosso impegno con le donne.

Ma in colpa non mi sono mai sentita, era importante per tutti, e a me salvò la vita. Avevo problemi con la famiglia, e come docente professionista ero in lotta continua, salario più basso per anni, nessun riconoscimento.

Poi il 2001 ha dato il colpo di grazia, la gente era fuori di sé, non solo per i morti, ma l’immaginario, erano convinti di essere invulnerabili – it can’t happen here, si diceva.

Un americano reagisce a tutto ma questa è stata grossa… un nemico sul suolo, un nemico fatto di cenci e poi a New York, peggio di così…

Ora non siamo più invulnerabili… chissà se si riprenderanno…

Ma quei 12 anni, fino al 1982 quando ho dovuto lasciare, sono stati un’esperienza meravigliosa, abbiamo lavorato, e facevamo parte della storia. Ma il mondo stava cambiando.

E per chi grida che è finito tutto io dico, guardate ai paesi del Medioriente, Africa, India – si è spostato, grossi movimenti, sparsi come la gramigna… grassroots movements… che serpeggia, non la vedi, sembra morta e rispunta altrove…

CM – Non finirà fino a quando i diritti che senti dentro necessari non li hai, se ti senti schiacciato, scoppierai, prima o poi… Si può stare nel posto più lontano, ma sarà solo con un po’ più di ritardo che succederà…

AJT – Dare l’esempio è la cosa da fare. Che tu stai sulle tue gambe.

CM – Che ci credi e lo vivi.

AJT – E quindi che anche tu puoi. Ma le accuse…uh mamma mia, le femministe occidentali vogliono imporre un modello…!

CM – Oddio, chiariamo, è un mondo variegato… ne ho conosciute diverse che si dichiaravano e dichiarano femministe e i loro discorsi mi sembrano più vecchi di quelli di una bisnonna…

AJT- Si, ma quello non è il femminismo…

CM – E allora diciamo cos’è il femminismo…

AJT – Dare importanza a te stessa, in modo che rispettando la tua dignità, impari a rispettare quella degli altri. Perché se non cominci da te…!

CM – È un femminismo che si potrebbe passare a molti uomini… con la regola fondamentale che se non rispetti te stesso, non rispetti gli altri… con quello che ne viene. Basta guardarsi intorno.

AJT – Il concetto della dignità personale è per me fondamentale. A mia madre, negli ultimi anni da sola, le amiche dicevano: ma come, signora, lei è da sola, ma ogni volta apparecchia per mangiare tutto per bene? Io da sola prendo una cosa così, una scatoletta, e via…

E mia madre rispondeva: E chi sono io?

CM – Se no, che s’insegna ai figli?

Troppo madri che non ce l’hanno, hanno insegnato ai figli, e soprattutto alle figlie loro simili, a non averlo… d’altra parte se non ce l’ho per me che ti posso dare? È una catena tragica.

Si, è la cosa più brutta da dire, ma è una verità. Che i peggiori maschi sono comunque creati dalla donne. Le madri stesse che acconsentono a trattare i loro figli in modo differente a causa del loro sesso…

AJT – Questo è terrificante. Si sono prestate come vittime a fare altre vittime.

CM – Perché loro stesse vittime.

AJT – Il rapporto con mia madre, ad esempio, è stato molto tradizionale, l’ho rivalutato crescendo e finalmente vedendola non come madre ma come donna. Lei, persona di pochi studi che si muoveva e viaggiava. Negli ultimi tempi, vederla diventare dipendente da tutto e tutti è stato terribile…

CM- Presumo sia una cosa a cui dovremmo tutti rassegnarci se andremo avanti negli anni…

AJT – Ma mi era difficile accettarlo per lei, vedere una persona diminuita in tutto…

CM – Lo capisco, è il dolore terribile dell’affetto… anche se io non vedo in questo una diminuzione… non vedo nella malattia una diminuzione, come non vedo differenza tra un uomo e una donna, non lo vedo tra debolezza e fortezza… credo alla dignità della persona anche quando agli occhi del mondo questa dignità sembra persa, per me non lo è.

AJT – E perché?

CM – Perché non è quello che per me porta via la dignità. E solo una parte del nostro essere umani. È invece quando si vende l’anima, che allora non c’è più dignità, non nel dipendere da qualcuno… È nel tradire se stessi, e gli altri, che vedo la perdita di dignità. Il fisico fa parte del mio essere umana e lo accetto. E così il suo decadimento. Due anni fa l’ho vista brutta, e non sapevo se sarebbe stato per sempre. Eppure, rispondendo a domande imbarazzate, E se rimani per sempre così? Tu che non ti fermi mai? Dissi: per me non cambia nulla. Che è una risposta altamente scema da dare, perché sarebbe cambiato tutto, tutto si, ma non ciò che per me conta, io e cosa sono. Con una o due gambe. Non sarebbe finito il mondo, pur quanto terribile.

AJT – E successo anche a me qualcosa di simile con una malattia grave che invece ho superato brillantemente… ma con le madri… mah, è un rapporto estremamente complicato e importante. Anche quando sono negativi. Difficili ma sempre straordinari. You make peace with it. E impari intanto su te e su la madre.

CM – Allora c’è speranza per le “donne”, madri e figlie, e figli maschi, di un rapporto più vero e più sano, che possa migliorare la vita di tutti…

AJT- Altroché, siamo in cammino.

AJT/CM – E’ appena cominciata!

FINE PARTE 2

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