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Ti avrei potuto baciare
tu che sputavi nel fazzoletto su quella panchina
tu che tossivi e guardavi lo sputo
nel tuo fazzoletto.

Le auto passavano sfondando l’asfalto
e l’aria scaldava di rabbia repressa
e tu sputavi, dimesso su quella panchina,
nei catarri d’una lingua che
s’impara solo da vecchi, o almeno cosi dicono
e ti aveva stupito quanto fosse facile, anche se straniera,
farla tua in una mezza nottata di letto e dottori.

Guardavi il fazzoletto ma lo facevi composto
tossivi e sputavi, io ascoltavo Nick Cave.

Ti guardavo attraverso il finestrino
la tua  giacca finta e il tuo cappelluccio di antica
fattura montevarchina – ne son rimasti pochi, giusto qualcuno
dentro gli armadi d’umido sfatti sui comodini fascisti
a volute.

Ma tu non eri vecchio, eri solo qualcuno
che  sedeva su una panchina e tossiva a quel male
rassegnato
a quel nostro destino che ci vuole in pio  e caloroso distacco
dietro ai finestrini
in perenne visione, spettatori sulle gradinate,
mai sporchi di sputo, figurarsi d’amore.

Per questo lo avrei baciato, lo avrei
carezzato, il tuo fazzoletto
portato alla bocca
se non mi avesse spinto la coda  ingranata
quel costante asfalto di rabbia steso
verso un altro semaforo
e un altro semaforo
un altro semaforo
un altro
unaltro

un’altra panchina
davanti una vetrina gigante
Fiatautosalone dove le auto ora invecchiano
aspettando clienti, lucide baldracche
senza  speranza di clienti se non quelli delle ore tarde
poco denaro e parecchie richieste.

Ho visto te
e il mio asfalto ha smesso di agitarsi
e il semaforo si è spento
perché lì, tu quieto, luccicavi.

C’era, su quella vetrina, l’enorme vetrofania
che ti chiamava,
EVERYDAY MASTERPIECES
e la corsa si è fermata
davanti a tanta bellezza.

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    Tags: in, poetry, poesia