Einstürzende Neubauten Live@Auditorium RAI

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Lament: 1. Lament / Lament: 2. Abwärstsspirale (Lament, 2014)
Einstürzende Neubauten Live@Auditorium RAI Arturo Toscanini, Torino (Italy)

Forasacchi

Lo dicevano matto
lui voleva andare
non sapeva dove
però voleva andare.

Faceva viaggi veri
poi lo rinchiusero a Castelpulci
i suoi viaggi diventarono
forasacchi immaginari.

Aveva un manoscritto di poesie
quei coglioni alle Giubbe Rosse glielo persero
il Soffici lo aveva infilato tra carte da poco
si ritrovò dopo 60 anni prima di andare a fuoco.

Preso da furore le riscrisse tutte
erano troppo importanti per perdersi
per lui lo erano
belle diceva.

Non erano belle perché lui era matto perché lui non era matto
è che voleva andare
muoversi come stelle budella
qualunque larghezza gli stava stretta.

E le guardava di giorno, tra mare e orizzonte
le vele del ritorno
le acque del porto diventare nere
c’era sempre un altro posto
dove andare.

Perché lui lo sapeva
rimirante di saggezza
che oltre le sirene
ci sono le chimere
creature diafane di rospo vestite.

Perché lui lo sapeva
le stelle non si fermano
un piede dopo l’altro
un catarro smanicato
le stelle ci inseguono.

 

“… E se siete un uomo d’azione la vita ve lo dirà e se siete artista il mare ve lo dirà.”

 Lui è

Dino Campana poeta (1885-1932)

#scrivo #poesia #poetry #iamwriting #lockdown day7 #covid_19

Quelli che una sega. Noi, gli altri e il coronavirus

7 quasi 8 marzo, ore23:34  2020

Due parole in questo tempo di Coronavirus che ci ha preso, di un momento terribile della nostra storia italiana, e sono due parole accorate e pure un tantino incazzate. Io non sono un medico, io creo, quindi saranno due parole differenti.

Sono stata a guardare, a non parlare, ad ascoltare. L’ho sentito prima come notiziella dalla Cina, tra un tg e uno show, un virus un po’ anomalo, ma guarda che esotico. Poi ho visto il diffondersi, le notizie che arrivavano sempre più allarmate. Portato, ormai è chiaro, da qualcuno che ha avuto contatti molto ravvicinati con una specie animale che andrebbe lasciata al proprio posto. In molti luoghi del mondo succede. Non dovrebbe ma succede, si può imputare a che si vuole, succede.

Ho visto la Cina prima negare, questa grana micidiale, negare è maestro, e poi prendere misure drastiche, lo può fare, i cinesi non scherzano.

Noi invece parrebbe di sì. Ho guardato a noi, a quello che siamo, come siamo e non mi sono rallegrata. Continua a leggere/Continue reading

ANEW – A film for an exhibition

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A short movie #David Bowie


ANEW – A film for an exhibition from alcyone on Vimeo.

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Ti avrei potuto baciare
tu che sputavi nel fazzoletto su quella panchina
tu che tossivi e guardavi lo sputo
nel tuo fazzoletto.

Le auto passavano sfondando l’asfalto
e l’aria scaldava di rabbia repressa
e tu sputavi, dimesso su quella panchina,
nei catarri d’una lingua che
s’impara solo da vecchi, o almeno cosi dicono
e ti aveva stupito quanto fosse facile, anche se straniera,
farla tua in una mezza nottata di letto e dottori.

Guardavi il fazzoletto ma lo facevi composto
tossivi e sputavi, io ascoltavo Nick Cave.

Ti guardavo attraverso il finestrino
la tua  giacca finta e il tuo cappelluccio di antica
fattura montevarchina – ne son rimasti pochi, giusto qualcuno
dentro gli armadi d’umido sfatti sui comodini fascisti
a volute.

Ma tu non eri vecchio, eri solo qualcuno
che  sedeva su una panchina e tossiva a quel male
rassegnato
a quel nostro destino che ci vuole in pio  e caloroso distacco
dietro ai finestrini
in perenne visione, spettatori sulle gradinate,
mai sporchi di sputo, figurarsi d’amore.

Per questo lo avrei baciato, lo avrei
carezzato, il tuo fazzoletto
portato alla bocca
se non mi avesse spinto la coda  ingranata
quel costante asfalto di rabbia steso
verso un altro semaforo
e un altro semaforo
un altro semaforo
un altro
unaltro

un’altra panchina
davanti una vetrina gigante
Fiatautosalone dove le auto ora invecchiano
aspettando clienti, lucide baldracche
senza  speranza di clienti se non quelli delle ore tarde
poco denaro e parecchie richieste.

Ho visto te
e il mio asfalto ha smesso di agitarsi
e il semaforo si è spento
perché lì, tu quieto, luccicavi.

C’era, su quella vetrina, l’enorme vetrofania
che ti chiamava,
EVERYDAY MASTERPIECES
e la corsa si è fermata
davanti a tanta bellezza.

Nicholas Ray: The Last Interview by Kathryn Bigelow

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http://www.canaltcm.com/wp-content/uploads/2012/05/Nicholas-Ray-320x240.jpg
In May 1979, during a break from filming Lightning Over Water in collaboration with Wim Wenders, Nicholas Ray granted an interview to Kathryn Bigelow and Sarah Fatima Parsons.  It was to be Nick’s last interview before dying of heart failure about a month later.

A conversation with Nicholas Ray shortly before his death, which associates small memory pieces about his life and films.

Nicholas Ray:  You know, I hate watching Johnny Guitar on television.  But I really appreciate what Andrew Sarris wrote in the «VillageVoice»:  “With ‘Johnny Guitar’ Nick Ray reaches the absolute criteria of the auteur theory.”

Question: What did you think when you went to Europe and noticed how filmmakers, especially, the French ones, were influenced by your work? Truffaut, for example?

NR: And also Godard, Rohmer.  Yes, I did have a strong influence on their work.  I’m not sure if it was always for the best.  I remember one evening I was driving home during the filming of “Rebel Without A Cause.”  We shot a scene between Jim and Plato.  I was whistling.  I was really thrilled thinking, “My God, the French will adore that scene.”

Q: Your films have also influenced the new German and American cinema.

NR: I hear that Wim Wenders is going to start a new film soon, “Hammett.”   He’s a great guy.  I think he’s had a hard time with the screenplay.

Q: He originally wanted to write it with the author of the book, Joe Gores.

NR: He tried but it didn’t work out.  It seldom does with the author of a book.  A lot of filmmakers have failed.  I myself thought I could do it, but it was a failure.  Authors fall in love with their own words, and you have to be pitiless as a director or screenwriter.

Q: So that it won’t become literature?

NR: Yes, that’s right.  I mean it’s another kind of literature.  They tend to get excited about one sentence, visualize it, and then it becomes really monotonous.  You should never talk about something you can show, and never show something you can talk about.

Q: Doesn’t it have something to do with what actors bring to a film? Continua a leggere/Continue reading

I FIDANZATI di Olmi – opening scene

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Italian Cinema: awesome opening scene

Se mi chiedete perché si ama il cinema, ecco.

Per Stefano e Paola, che hanno cominciato seriamente a studiare il cinema: la scena iniziale da I FIDANZATI di Olmi (1963) è una delle aperture più belle che abbia mai visto.

 

La zia di superficie e le mutande di latta – Conversazione con lo scrittore Enzo Fileno Carabba

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carabba

  (E.F.Carabba fotografato da Carlo Zei)


“C’erano alcuni ricordi, insistevano a seguirmi. Erano dei messaggeri.

«Noi vogliamo sistemare le cose» hanno detto.

«In che modo» ho chiesto.

«Seguici e lo saprai».

Allora li ho seguiti.”

 

La giornata è pessima, ieri prometteva tempesta, oggi mantiene acqua, ma questo pomeriggio dentro Il Caffè delle Murate l’atmosfera è calma, è caotica, c’è diversa gente piuttosto famigliare. Stasera in questa parte dell’ex carcere di Firenze fatta di mura lunghissime, senza finestre, dove una volta i detenuti soffrivano le pene della reclusione e oggi è luogo aperto alle culture, forse con altrettante pene, covaccio di letterati, attività artistiche, cinema e buffet a tutte le ore, mi ritrovo a parlare con Enzo Fileno Carabba, scrittore che ha da poco pubblicato per Mondadori

La zia subacquea e altri abissi famigliari

 zia

 

La conversazione ha decisamente urlato, sopra il vociare generale, tra svincoli di idee e parecchie tangenziali di argomenti. Tra un Bloody Mary accompagnato da un intero sedano – alle Murate sono generosi con i loro avventori – e il critico di cinema Giovanni Bogani che di certo ci ha maledetto con gentilezza mentre aspettava di iniziare la sua serata di presentazione di Uomini contro di Rosi, ecco la nostra chiacchierata. Continua a leggere/Continue reading

Stazioni

Città della notte
acqua sassi passi negozi di promesse
c’è un Duca bianco che sorride da una copertina
alieno alle urla alle folle alle imposizioni
che nella mano tiene il cuore
e nell’altra i miei pantaloni
di essere umano appena nato in un mondo
che gli altri non gli vogliono dare.

E lo pesa e lo distende
davanti a un Duca che non pretende
né favori né doveri ma dice soltanto
vieni a vedere la festa che comincia
quando cominci a guardarti.
Al mondo che comincia quando finisci di odiarti
e cominci a contare
lo strano e il ribelle che appaiono
come buchi nelle costellazioni
oltre questi giorni di merda e finzioni
(questo mondo che ti hanno dato è fatto di merda, lo conosco bene)
quando invece è una stella lucente,
e quelle che nascono quando le guardi,
la tua vera sorella.

Lascia stare il viaggio.

Lascia stare le scemenze spaziali
c’è vita sulla terra, anche se credi di non vederla
la puoi vendere, è vero, lo puoi fare
o lasciarla andare e crearne una nuova
più strana ancora
lipstick e lustrini prestati ai cani
le nostre esistenze addossate ai muri
impiccati dalle convenzioni
ghiacciati dalle divisioni
eroi smarriti per giorni affilati
inquilini di palazzi diroccati
mostri paurosi come compagni incrinati
di una giostra smisurata
che non si ferma
nemmeno se l’ammazzi.

La nostra via dolorosa.

Ma eccolo l’arrivo, adesso scendiamo tutti.
Adieu, adieu, adieu,
ma non alla vita
che morte vuoi che sia se vivi nella mia
e in quella di milioni di altri che ti tengono le dita
legate a quel velo ombelicale che si chiama libertà infinita
di essere ciò che siamo.

GOLIATH by Neil Gaiman – A Short Story

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Scritto come racconto promozionale per il film
The Matrix

ENG/ITA

GOLIATH era una volta presente sul sito ufficiale del film, oggi sparito.

GOLIA

Credo di poter affermare di aver sempre sospettato che il mondo fosse una finzione scadente e a buon mercato, una pessima copertura per qualcosa di più profondo e bizzarro e infinitamente più strano, e che, in qualche maniera, io conoscessi già la verità. Ma penso che, semplicemente, il mondo sia sempre stato così. E persino adesso che so la verità, come poi la apprenderai anche tu, tesoro, se stai leggendo, il mondo sembra ancora scadente e a buon mercato. Mondo differente, spazzatura differente, ma questo è quello che sento. Continua a leggere/Continue reading

Per ricordare Franco Scaglia – Tre volte Gerusalemme

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Narratore tra cinema, teatro, libri e tv, uno dei documentari più belli prodotti dalla Rai

 

 

Appunti sul Noir – Notes on Film Noir by Paul Schrader, 1971

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A much-cited source in literature on film.

“Notes on Film Noir”

by Paul Schrader, 1971

English

In 1946 French critics, seeing the American films they had missed during the war, noticed the new mood of cynicism, pessimism and darkness which had crept into the American cinema. The darkening stain was most evident in routine crime thrillers, but was also apparent in prestigious melodramas.

 

The French cineastes soon realized they had seen only the tip of the iceberg: As the years went by, Hollywood lighting grew darker, characters more corrupt, themes more fatalistic and the tone more hopeless. By 1949 American movies were in the throes of their deepest and most creative funk. Never before had films dared to take such a harsh uncomplimentary look at American life, and they would not dare to do so again for twenty years.

  Continua a leggere/Continue reading

Robert A. Heinlein – Tutti i miei fantasmi (1959)

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Robert A. Heinlein

Tutti i miei fantasmi (1959)

 Titolo originale: All You Zombies

Testo  originale

Da questo fulminante e raro da trovare racconto è tratto il film Predestination diretto dai fratelli Spierig.

hein

Settore Temporale V (EST) – ore 22,17 – 7 Novembre 1970 New York – “Pop’s Place”

Quando entrò la Ragazza Madre stavo lavorando di strofinaccio su un bicchiere da brandy. Meccanicamente, presi nota dell’ora (le 22,17) e della data (22 Novembre 1970). Gli agenti temporali prendono sempre nota dell’ora e della data; è il nostro compito.

La Ragazza Madre era un uomo di venticinque anni, della mia stessa altezza; i suoi lineamenti erano immaturi e aveva un pessimo carattere. Il suo aspetto non mi era mai piaciuto, né tanto meno mi piaceva adesso, ma ero là proprio per reclutarlo. Era il mio uomo, così lo accolsi con il migliore sorriso che un barista può dedicare a un cliente.

Forse il mio temperamento tende troppo verso la critica. Non era un anormale: il suo soprannome derivava dalla risposta che era solito dare a qualsiasi ficcanaso volesse sapere il suo mestiere. Faccio la ragazza madre.” Se in quel momento non si sentiva del tutto omicida, aggiungeva: “…a quattro centesimi a parola. Scrivo per le riviste femminili.” Continua a leggere/Continue reading

PER LE DONNE TUTTO IL MONDO È SEMPRE PAESE – Conversazione con la scrittrice Angela M. Jeannet – pt.1

Sono con una scrittrice con la quale converso spesso da lontano per questioni di distanza, lei abita in North Carolina. Ma oggi siamo qui, in un giardino toscano di fiori e rosmarini, il cielo è azzurro, l’aria canta e ronza, a parlare di scrittura e donne e altre cose ardimentose.

CM -Chi è Angela Jeannet Tassini?

AJT- Ah, difficile.

La prima cosa che mi definisce è che sono una persona divisa tra due culture, e quello che potrebbe sembrare a prima vista negativo, difficile, è per me stata una fortuna, in tre lingue mi sento a casa mia, francese, inglese, italiano, e in tre paesi sono a casa mia. Quindi l’avere accesso a tante cose scritte e parlate in tre mondi diversi… A volte, quando mi prende la tristezza, penso a come sarebbe bello essere in un paesino e non essermi mai mossa… poi mi dico naaa! Che ricchezza invece, difficile a momenti ma bella, una fortuna straordinaria.

CM – In questo ci capiamo, anch’io sono da sempre divisa tra due culture, e quello che mi ha dato e continuerà a darmi non è neanche vagamente misurabile. Un occhio più largo e doppio amore. Abbiamo mari larghi da navigare, siamo fortunate. Continua a leggere/Continue reading

ANDAVAMO IN CENTO DIREZIONI DIVERSE – Conversazione con la scrittrice Angela M. Jeannet – pt. 2

CM –Allora parliamo adesso di un posto del suolo statunitense e raccontiamo un’esperienza unica…

AJT – Io ero molto cosciente della situazione femminile in quegli anni in USA. La maternità, la salute del corpo, lo studio, il lavoro retribuito regolarmente molto meno di quello degli uomini, e quindi i problemi che sarebbero venuti con le pensioni miserevoli. E io ne facevo parte. Ne parlai con alcune colleghe e dicemmo, che si può fare?
Siamo adesso in Pennsylvania, una cittadina che si chiama Lancaster. Uno dei primi centri fondati da perseguitati religiosi, protestanti di rami secondari, combattuti dai protestanti stessi come eretici. Venivano dalla Germania meridionale, valle del Reno. Ma anche cattolici tedeschi altrettanto perseguitati. Pacifisti, di cultura rurale, farmers indipendenti, artigianato meraviglioso e zone ricchissime d’attività. Una zona prospera ma strutturata così: i pochi neri in un angolo, le donne in casa, agli uomini tutto il resto.

Io stessa insegnavo in un college per maschi. Su 80 docenti eravamo due donne.

Tutto sembrava immobile. Continua a leggere/Continue reading

UNA IDEA DI BELLEZZA – Conversazione con la scrittrice Angela M. Jeannet – pt3

CM – Parliamo si scrittura. Che cos’è per lei scrivere?

AJT – Domanda difficile, difficilissima!

CM – La faccio apposta.

AJT – È parte della mia vita fin da bambina, avevo 10, 11 anni, il primo romanzo l’ho scritto a 12 anni, parlava di guerra e avventure, e aveva un ragazzo come protagonista.

CM – Eh!

AJT – E stata un modo di capire, e al tempo stesso di perseguire, un’idea di bellezza.

Capire il mondo e me stessa e gli altri e partecipare VERAMENTE alla vita!

CM – Eppure spesso questa vita nei libri non la sento… molti scrivono personaggi senza la vita. Continua a leggere/Continue reading

Mark Strand 1934-2014 Lines for winter/Versi per l’inverno

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VERSI PER L’INVERNO

Dì a te stesso
mentre si fa freddo e il grigio scende dall’aria
che tu continuerai a
camminare, ad ascoltare lo stesso motivo
non importa dove sarai,
dentro la cupola dell’oscurità
o sotto il bianco accecante dello sguardo lunare
in una valle innevata.
Stanotte, mentre si fa freddo
ditti ciò che sai,
che non è altro se non il motivo
che le tue ossa suonano
mentre continui ad andare.
E potrai per una volta distenderti
sotto il piccolo fuoco
delle stelle invernali.
E se succede che non potrai andare avanti
né voltarti indietro
e ti ritrovi
dove sarai alla fine
ditti
in quell’ultimo fluire di freddo nelle tue membra
che ami quello che sei.

§

LINES FOR WINTER

Tell yourself
as it gets cold and gray falls from the air
that you will go on
walking, hearing
the same tune no matter where
you find yourself—
inside the dome of dark
or under the cracking white
of the moon’s gaze in a valley of snow.
Tonight as it gets cold
tell yourself
what you know which is nothing
but the tune your bones play
as you keep going. And you will be able
for once to lie down under the small fire
of winter stars.
And if it happens that you cannot
go on or turn back
and you find yourself
where you will be at the end,
tell yourself
in that final flowing of cold through your limbs
that you love what you are.

Nothing Gold Can Stay || Robert Frost

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Nothing Gold Can Stay || Robert Frost

Nature’s first green is gold,
Her hardest hue to hold.
Her early leaf’s a flower;
But only so an hour.
Then leaf subsides to leaf,
So Eden sank to grief,
So dawn goes down to day
Nothing gold can stay.

Copyright, copyleft e STEAL THIS FILM II!

Faccio parte del movimento per la libera circolazione della cultura.

La cultura non deve essere gratis a prescindere. La cultura produce come qualunque altra produzione, da questo lato libri o snodi Innocenti sono la stessa cosa, Ma appunto è l’oggetto che si paga, non l’idea. Si pagano le azioni, non le idee. Tutto ciò che scaturisce dalla idea, non l’idea stessa.

E non ho paura delle possibilità anarchiche delle nuove tecnologie. Avere copie in giro per internet non blocca quella cosa, ma anzi la esalta e la diffonde. Sono nata con internet e la sua concezione idealistica della condivisione è la mia.

Condivisione. Cioè circolo virtuoso, non furbetti al pascolo. Possibilità per tutti, non SEO isterica o il web è Dio o frego come posso.

Per questo apprezzo il dibattito a monte del progetto interessante di STEAL THIS FILM!

http://it.wikipedia.org/wiki/Steal_This_Film

e ho tradotto per l’Italia la parte II

Qui il film e i sottotitoli

http://www.stealthisfilm.com/Part2/download.php

Guerrilla Open Access Manifesto – Il manifesto dell’Accesso Libero di Aaron Swartz

Il futuro si paga sempre

 

Alcuni giorni fa si uccideva Aaron Swartz, attivista del Movimento Open Access. Credo le minacce di imputazioni catastrofiche, 35 anni di carcere e milioni da pagare, che gli hanno buttato addosso le autorità americane siano state la goccia nel recipiente già colmo della depressione. È una vittima di questi tempi, potere e soldi governano i grandi  cambiamenti, per molte ragioni;  ma una è quella che conta alla fine: la sua convinzione che la conoscenza vada condivisa e non tenuta nascosta.

In epoca di Internet, quando questo è ormai possibile – in dieci anni si è realizzato ciò che a malapena era stato sognato utopicamente in tremila –  il vecchio si rivolta e sferra attacchi micidiali per sopravvivere, senza rendersi conto che il suo tempo è già passato.
Ecco allora, Continua a leggere/Continue reading

La Sentinella di Frederick Brown

Quale miglior esempio di questo racconto di Brown per illustrare come è importante e cosa presuppone la scelta di un punto di vista? È del 1954, brevissimo e spiazzante, a tutt’oggi non fa una piega perché l’autore se la gioca da maestro, e insegna molto.

LA SENTINELLA di Fredrick Brown

Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame freddo ed era lontano 50mila anni-luce da casa. Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato, faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica. Ma dopo decine di migliaia d’anni, quest’angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano mandato. E adesso era suolo sacro perché c’era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della galassia… crudeli schifosi, ripugnanti mostri. Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata subito guerra; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica. E adesso, pianeta per pianeta, Continua a leggere/Continue reading

RUMORE DI TUONO – racconto fantascientifico di Ray Bradbury (1952)

Rumore di tuono

racconto fantascientifico di Ray Bradbury (1952)

 

La scritta sul muro sembrò baluginare, come sotto una pellicola d’acqua calda in movimento. Eckels si sentì battere le palpebre sulla fissità degli occhi, e in quella momentanea oscurità la scritta arse:

SAFARI NEL TEMPO, INC.
SAFARI IN QUALUNQUE ANNO DEL PASSATO.
VOI SCEGLIETE L’ANIMALE.
NOI VI PORTIAMO LÀ.
VOI SPARATE.

Un muco caldo si raggrumò nella gola di Eckels, che inghiottì per man-darlo giù. I muscoli attorno alla sua bocca formarono un sorriso, mentre tendeva lentamente la mano nell’aria, e in quella mano sventolava un asse-gno di diecimila dollari verso l’uomo seduto alla scrivania.
«Questo safari mi dà la garanzia di tornare vivo?» chiese.
«Noi non garantiamo niente» rispose l’impiegato. «Tranne i dinosauri.» Si voltò. «Questo è il signor Travis, la sua Guida Safari nel Passato. Le di-rà lui quando deve sparare. Se il signor Travis dice non spari, lei non spari. Se disubbidisce alle istruzioni, dovrà sborsare una penale di altri diecimila dollari, oltre a subire un’eventuale sanzione penale governativa, al suo ri-torno.»
Eckels guardò dall’altra parte del vasto edificio, verso una massa e un ammasso, un serpentario e un ronzio di cavi e scatole d’acciaio, verso un’aurora che brillava ora arancione, ora argento, ora azzurra. Si udiva un suono come di un gigantesco falò che bruciasse per tutto il Tempo, per tut-ti gli anni e per tutti i calendari ingialliti, per tutte le ore ammonticchiate in un’alta pira e date alle fiamme.
Un tocco della mano, e quell’incendio si sarebbe bellamente capovolto, all’istante. Eckels ricordava alla lettera le parole dell’annuncio pubblicita-rio. Dalle ossa e dalle ceneri, dal carbone e dal pulviscolo, potevano balzar fuori i vecchi anni, gli anni verdi, simili a salamandre d’oro; le rose pote-vano profumare l’aria, i capelli bianchi tornare nero-irlandese, le rughe scomparire; tutto, ogni cosa poteva scorrere all’indietro, tornare al seme, sfuggire alla morte, sfrecciare verso gli inizi; il sole poteva sorgere nel cie-lo a occidente e tramontare nel luminoso cielo a oriente, e la luna calare dal lato opposto al solito; tutto e ogni cosa potevano incastrarsi uno nell’al-tro come in una scatola cinese, come conigli nei cappelli, tutto e ogni cosa potevano tornare alla morte neonata, al seme della morte, alla morte verde, al tempo prima dell’inizio. Un tocco della mano poteva far questo, appena un tocco leggero della mano.
«Accidenti e maledizione» disse Eckels, con la luce della Macchina che
si rifletteva sul suo viso magro. «Una vera Macchina del Tempo.» Scosse la testa. «Dà da pensare. Se ieri le elezioni fossero andate male, ora potrei essere in fuga per sottrarmi ai loro risultati. Grazie al cielo ha vinto Keith. Sarà un ottimo presidente degli Stati Uniti.»
«Sì» disse l’uomo dietro la scrivania. «Siamo fortunati. Se avesse avuto la meglio Deutscher, avremmo la peggior specie di dittatura. Mai esistito un uomo antitutto, tanto militarista. Anti-Cristo, anti-uomo, anti-intellettuale. Ci ha telefonato un sacco di gente, scherzando ma mica trop-po. Dicevano che se Deutscher diventava presidente loro volevano tornare a vivere nel 1492. Naturalmente, il nostro mestiere non è organizzare Fu-ghe, ma Safari. Comunque, il presidente è Keith. Lei deve occuparsi solo di…»
«Sparare contro il mio dinosauro» finì Eckels per lui.
«Un Tyrannosaurus Rex. La Lucertola Tonante. Il peggior mostro della storia. Firmi questo scarico di responsabilità. Qualunque cosa le succeda, noi non c’entriamo. Quei dinosauri sono affamati.»
Eckels arrossì, arrabbiato. «Sta tentando di impaurirmi!»
«Francamente, sì. Non vogliamo mandare uno che si spaventa al primo sparo. L’anno scorso sono rimasti uccisi cinque capo-Safari e una dozzina di cacciatori. Siamo qui per darle le più grandi emozioni che un vero cac-ciatore possa desiderare. La porteremo indietro di sessanta milioni d’anni perché possa dare la caccia alla più grossa preda di tutti i Tempi. Il suo as-segno è ancora qui. Lo stracci.»
Il signor Eckels guardò a lungo l’assegno. Le dita gli si contraevano.
«Buona fortuna» disse l’uomo seduto alla scrivania. «Signor Travis, è tutto suo.»
Si mossero silenziosamente attraverso la stanza, con i loro fucili, verso la Macchina, verso il metallo argentato e la luce rombante.

Prima un giorno e poi una notte e poi un giorno e poi una notte, e poi vi fu giorno-notte-giorno-notte-giorno. Una settimana, un mese, un anno, una decade. 2055 d.C, 2019 d.C, 1999! 1957! Via! La macchina rombò.
Si misero i caschi a ossigeno e controllarono gli interfoni.
Eckels ballonzolava sul sedile imbottito, la faccia pallida, la mascella contratta. Sentì un tremito nelle braccia, abbassò lo sguardo e scoprì di a-vere le mani strette attorno al nuovo fucile. Nella Macchina c’erano altri quattro uomini. Travis, il capo del Safari, il suo aiutante, Lesperance, e al-tri due cacciatori, Billings e Kramer. Si guardavano fra loro, e gli anni
sfrecciavano attorno.
«Questi fucili possono abbattere un dinosauro?» sentì dire Eckels dalla propria bocca.
«Se si colpiscono nel punto giusto» rispose Travis attraverso la radio del casco. «Alcuni dinosauri hanno due cervelli, uno nella testa, l’altro in fon-do alla colonna vertebrale. Staremo lontani da loro. Sarebbe sfidare la for-tuna. Deve piazzare i primi due colpi negli occhi, se ce la fa, accecarli, e poi mirare al cervello.»
La Macchina ululò. Il Tempo era come un film proiettato all’indietro. I soli volavano, e dieci milioni di lune volavano dietro ai soli. «Mio Dio» disse Eckels. «Tutti i cacciatori di tutti i tempi ci invidierebbero, oggi. Questo fa sembrare l’Africa uguale all’Illinois.»
La Macchina rallentò, il suo ululato si smorzò in un mormorio. La Mac-china si fermò.
Il sole si bloccò nel cielo.
La nebbia che aveva avvolto la Macchina si dissolse, e si trovarono in un vecchio tempo, un tempo vecchissimo, i due capo-Safari e i tre cacciatori con i loro fucili di metallo azzurrognolo sulle ginocchia.
«Cristo non è ancora nato» disse Travis. «E Mosè non è andato sul Mon-te per parlare con Dio. Le Piramidi sono ancora nella terra, in attesa di es-sere tagliate e costruite. Ricordatelo. Alessandro, Cesare, Napoleone, Hit-ler… non esiste nessuno di loro.»
Gli uomini annuirono.
«Quella…» indicò il signor Travis «… è la foresta esistita sessanta milio-ni e duemilacinquantacinque anni prima del presidente Keith.»
Puntò il dito verso una pista metallica che spariva nella boscaglia verde, sopra una palude fumante, fra felci e palme giganti.
«E quella» spiegò «è la Pista, costruita dalla Safari nel Tempo per nostro uso. Non sfiora nemmeno un filo d’erba, o un fiore, o un albero. È di me-tallo antigravità. Il suo scopo è impedirvi di toccare in qualche modo que-sto mondo del passato. Restate sulla Pista. Non scendete mai. Ripeto. Non scendete mai. Per nessuna ragione! Se cadete, pagherete una penale. E non sparate contro nessun animale senza la nostra autorizzazione.»
«Perché?» chiese Eckels.
Sedevano nell’antica foresta. Grida di uccelli lontani volavano sul vento, insieme all’odore di catrame e di un vecchio mare salmastro, erba umida e fiori color sangue.
«Non vogliamo cambiare il Futuro. Noi non apparteniamo a questo Pas-
sato. Al governo non piace che noi siamo qui. Dobbiamo pagare grosse somme per mantenere la nostra licenza. La Macchina del Tempo è un affa-re che richiede cautela. Senza saperlo, potremmo uccidere un animale mol-to importante, un uccellino, un gallo selvatico, perfino un fiore, distrug-gendo così un nesso importante con una specie in crescita.»
«Non mi è chiaro» disse Eckels.
«E va bene» continuò Travis «diciamo che calpestiamo accidentalmente un topo, uccidendolo. Questo significa che tutte le famiglie future di que-sto particolare topo sono distrutte. Giusto?»
«Giusto.»
«E tutte le famiglie delle famiglie delle famiglie di quel topo! Con la pianta del piede, potete uccidere prima uno, poi una decina, poi un miglia-io, poi un milione e un miliardo di possibili topi!»
«I quali sono morti. E con questo?»
«E con questo?» Travis sbuffò piano. «Be’, che mi dite di tutte le volpi che hanno bisogno di quei topi per sopravvivere? Per mancanza di dieci topi, muore una volpe. Per mancanza di dieci volpi, muore un leone. Per mancanza di un leone, intere specie di insetti, avvoltoi, infiniti miliardi di forme viventi vengono gettate nel caos e nella distruzione. Alla fine, si ar-riva a questo: cinquantanove milioni di anni dopo, un uomo delle caverne, uno della dozzina esistente in tutto il mondo, va a caccia di orsi selvaggi o di tigri per nutrirsi. Ma lei, amico, ha schiacciato col piede tutte le tigri di quella regione. Schiacciando col piede un solo topo. E così l’uomo delle caverne muore di fame. E l’uomo delle caverne, la prego di notare, non è un qualunque uomo eliminabile, no! È un’intera nazione futura. Dai suoi lombi sarebbero potuti nascere dieci figli. Dai lombi di quei figli, cento al-tri figli, e così fino a una civiltà. Distruggere quell’unico uomo significa di-struggere una razza, un popolo, un’intera storia di vita. È paragonabile all’omicidio di qualche nipote di Adamo. La pianta del suo piede su un so-lo topo potrebbe provocare un terremoto, i cui effetti scuoterebbero la no-stra Terra e i nostri destini attraverso il Tempo, fin dalle fondamenta. Con la morte di quell’unico uomo delle caverne, un altro miliardo di uomini non ancora nati sarebbero uccisi in germe. Forse Roma non sorgerebbe più sui suoi sette colli. Forse l’Europa resterebbe in eterno una foresta buia, e solo l’Asia crescerebbe sana e popolosa. Schiacci un topo col piede e schiaccerà le Piramidi. Schiacci un topo col piede, e lascerà la sua orma, simile al Grand Canyon, attraverso l’Eternità. La regina Elisabetta potrebbe non nascere mai, Washington potrebbe non attraversare il Delaware, gli
Stati Uniti potrebbero non esistere. Quindi, stia attento. Resti sulla Pista. Non ne esca mai!»
«Capisco» disse Eckels. «Allora non dobbiamo neanche toccare l’erba?»
«Appunto. Schiacciare certe piante potrebbe assommarsi all’infinito. Un piccolo errore ora potrebbe moltiplicarsi, in sessanta milioni di anni, in modo spropositato. La nostra teoria potrebbe anche essere sbagliata, certo. Forse il Tempo non può essere cambiato da noi. O forse può essere cam-biato solo in piccoli modi sfuggenti. Un topo morto qui che provoca un in-setto squilibrato là, una sproporzione di popolazione più tardi, un cattivo raccolto ancora più in là, una depressione, una morte per fame di massa, un mutamento nel temperamento sociale in paesi lontanissimi. Qualcosa di molto più sottile, come questo. Basta un respiro appena accennato, un ca-pello, un polline nell’aria, un cambiamento così lieve, così lieve che se non si guarda attentamente non ci se ne accorge neanche. Chissà? Chi può dire di saperlo con sicurezza? Noi non lo sappiamo. Ma finché non sappiamo con sicurezza se il nostro manipolare il Tempo può provocare un grande sommovimento o un piccolo fruscio nella Storia, dobbiamo essere male-dettamente cauti. Questa Macchina, questa Pista, i vostri abiti e i vostri corpi sono stati sterilizzati, come sapete, prima del viaggio. Portiamo que-sti caschi a ossigeno per non introdurre i nostri batteri nell’atmosfera anti-ca.»
«Come facciamo a sapere contro quali animali sparare?»
«Sono contrassegnati con vernice rossa» disse Travis.
«Oggi, prima di partire, abbiamo mandato qui Lesperance con la Mac-china. È venuto in questa zona e ha seguito certi animali.»
«Studiandoli?»
«Appunto» intervenne Lesperance. «Li ho studiati attraverso la loro inte-ra esistenza, controllando quanto a lungo vivevano. Non molto a lungo. Quante volte si accoppiavano. Non molte. La vita è breve. Quando ne tro-vavo uno che doveva morire perché stava per cadergli addosso un albero, o uno che affogava in una fossa, annotavo l’ora esatta, il minuto, il secondo. E sparavo una bomba di vernice, che gli lasciava sul fianco una macchia rossa. Non possiamo non vederla. E poi ho correlato il nostro arrivo nel Passato, in modo da incontrare il Mostro non più di due minuti prima che debba comunque morire. Così, uccideremo solo animali senza futuro, che non si accoppieranno più. Vede quanto siamo prudenti?»
«Ma se è tornato indietro nel Tempo stamattina» disse Eckels, ansioso «deve aver incontrato anche noi, il nostro Safari! E come le è sembrato? È
andata bene? Ne siamo usciti tutti… vivi?»
Travis e Lesperance si scambiarono un’occhiata.
«Questo sarebbe un paradosso» rispose quest’ultimo. «Il Tempo non permette questo tipo di pasticcio… un uomo che incontra se stesso. Quando minaccia di verificarsi una cosa del genere, il Tempo si tira da parte. Come un aereo che incontra un vuoto d’aria. Non ha sentito che la Macchina ha fatto un balzo, prima che ci fermassimo? È accaduto perché eravamo noi che incontravamo noi stessi sulla strada per il Futuro. Non abbiamo visto niente. Non è possibile dire se questa spedizione sarà un successo, se ucci-deremo il Mostro, o se tutti noi… il che vuol dire lei, signor Eckels… ne usciremo vivi.»
Eckels abbozzò un sorriso spento.
«Basta, ora» esclamò Travis. «Tutti in piedi!»
Erano pronti a lasciare la Macchina.

La foresta era alta e la foresta era larga e la foresta era il mondo intero, per sempre e sempre. Rumori come di musica e rumori come di ali in volo riempivano l’aria, e questi erano gli pterodattili che sfrecciavano con grigie ali cavernose, pipistrelli giganteschi che parevano usciti da un delirio e da una febbre notturna. Eckels, in bilico sulla stretta Pista, puntò il fucile, per scherzo.
«Fermo!» ordinò Travis. «Non lo punti neanche per gioco! Se dovesse partire un colpo…»
Eckels arrossì. «Dov’è il nostro Tyrannosaurus?»
Lesperance guardò l’orologio. «Più avanti. Fra sessanta secondi gli ta-glieremo la strada. Attento alla macchia di vernice rossa, maledizione. E non spari finché non le do il via. Resti sulla Pista. Resti sulla Pista!»
Avanzarono nel vento del mattino.
«Strano» mormorò Eckels. «Davanti a noi, sessanta milioni di anni da-vanti a noi, le elezioni sono terminate. Keith è stato eletto presidente. Tutti festeggiano. E noi eccoci qui, milioni d’anni prima, e loro neanche esisto-no. E le cose per le quali ci siamo preoccupati per mesi, per un’intera vita, non sono ancora né nate né ideate.»
«Togliere la sicura, tutti!» ordinò Travis. «Prima spara lei, Eckels. Se-condo, Billings. Terzo, Kramer.»
«Sono andato a caccia di tigri, di orsi, di bufali, di elefanti, ma Gesù, questo…» disse Eckels. «Tremo come un bambino.»
Si fermarono tutti.
Travis alzò la mano. «Davanti a noi» sussurrò. «Nella foschia. Eccolo.
Ecco Sua Maestà.»
La foresta era piena di pigolii, di fruscii, di mormorii e di sospiri.
All’improvviso smise tutto, come se qualcuno avesse chiuso una porta.
Silenzio.
Un rombo di tuono.
Dalla foschia, a un centinaio di metri di distanza, sbucò il Tyrannosau-rus Rex.
«Gesù Cristo» sussurrò Eckels.
«Stttt!»
Avanzava su grandi gambe unte, elastiche, veloci. Torreggiava di una decina di metri sopra gli alberi, grande dio del male, con i delicati artigli da orologiaio ritratti contro l’oleoso petto da rettile. Ogni gamba era un pi-stone, mezzo quintale di ossa bianche chiuse negli spessi cavi dei muscoli, ricoperte di lucida pelle maculata, simile all’armatura di un terribile guer-riero. Ogni coscia era una tonnellata di carne, avorio e rete d’acciaio. E dal-la grande gabbia toracica, dalla parte superiore del corpo, penzolavano in avanti quelle due braccia delicate, braccia con mani che potevano racco-gliere ed esaminare gli uomini come giocattoli, mentre il collo serpentino si avvolgeva in spire. E la testa, una tonnellata di pietra scolpita, si alzava con facilità verso il cielo. La bocca era aperta e metteva in mostra una bar-riera di denti simili a spade. Gli occhi roteavano e parevano uova all’ostri-ca, vuoti di tutto tranne che di fame. La bocca si chiuse in una smorfia di morte. La bestia corse, le ossa pelviche che abbattevano lateralmente gli alberi e i cespugli, i piedi ad artiglio che graffiavano la terra umida, la-sciando orme profonde più di dieci centimetri ovunque la bestia appog-giasse il peso. Correva con un lieve passo da balletto, troppo controllato, troppo equilibrato per le sue dieci tonnellate. Entrò guardingo in una radu-ra illuminata dal sole, con le mani elegantemente rettili che tastavano l’a-ria.
«Mio Dio!» Eckels torse la bocca. «Se allunga le braccia, può acchiap-pare la luna!»
«Stttt!» sibilò Travis, infuriato. «Non ci ha ancora visti.»
«Non può essere ucciso.» Eckels pronunciò il verdetto con pacatezza, come se non ci potessero essere discussioni. Aveva soppesato la situazio-ne, e questo era il suo giudizio ponderato. Il fucile che stringeva sembrava una rivoltella ad aria compressa. «Siamo stati stupidi a venire. Questo è impossibile.»
«Zitto!» sibilò Travis.
«Incubo.»
«Si giri» ordinò Travis «e raggiunga in silenzio la Macchina. Le restitui-remo metà del pagamento.»
«Non pensavo che fosse così grosso» disse Eckels. «Ho sbagliato i cal-coli. E ora voglio uscirne.»
«Ci guarda!»
«Sul petto ha la vernice rossa!»
La Lucertola Tonante si alzò. La sua carne corazzata scintillò come mi-gliaia di monete nuove. Le monete, incrostate di melma, fumavano. Nella melma, si divincolavano minuscoli insetti, tanto che tutto il corpo pareva divincolarsi e ondulare, anche quando il Mostro restava immobile. Esalò un respiro. Odore di carne fresca si diffuse nella foresta.
«Voglio andarmene» disse Eckels. «Non è mai stato così, prima d’ora. Ero sempre sicuro di uscirne vivo. Avevo buone guide, buoni safari, e la sicurezza. Questa volta, ho sbagliato i calcoli. Ho incontrato un nemico più forte di me, e lo ammetto. È troppo grande perché io possa affrontarlo.»
«Non corra» consigliò Lesperance. «Si volti e vada a nascondersi nella Macchina.»
«Sì.» Eckels sembrava paralizzato. Si guardò i piedi, come per convin-cerli a muoversi. Poi cacciò un’esclamazione d’impotenza.
«Eckels!»
Eckels fece qualche passo, battendo le palpebre, trascinando i piedi.
«Non da quella parte!»
Al primo movimento, il Mostro si scagliò in avanti con un urlo terribile. In quattro secondi coprì cento metri. I fucili si alzarono di scatto e sputaro-no fuoco. Dalla bocca dell’animale uscì una tempesta che li avvolse in tan-fo di melma e vecchio sangue. Il Mostro ruggì, e i denti scintillarono al so-le.
Senza guardarsi indietro, Eckels camminò alla cieca fino alla fine della Pista, il fucile abbandonato sulle braccia; scese dalla Pista e, senza accor-gersene, s’incamminò nella foresta. I suoi piedi affondavano nel muschio fresco. Portato avanti dalle gambe, si sentiva solo e lontano dagli avveni-menti alle sue spalle.
I fucili schioccarono di nuovo. Il loro rumore si perse nelle urla e nel tuono della lucertola. La grande leva della coda del rettile si alzò, frustò dai due lati. Gli alberi esplosero in nubi di foglie e di rami. Il Mostro piegò le mani da gioielliere, le abbassò per giocherellare con gli uomini, per pie-
garli in due, per schiacciarli come ciliegie, ficcarseli fra i denti e giù per la gola urlante. I suoi occhi di pietra scesero ad altezza d’uomo. I cacciatori si specchiarono in quegli occhi. Spararono contro le palpebre metalliche e le nere iridi lucenti.
Come un idolo di pietra, come una valanga montana, il Tyrannosaurus cadde. Tuonando, afferrò gli alberi, li trascinò con sé. Strappò la Pista di metallo. Gli uomini si gettarono all’indietro. Il corpo schiantò a terra, dieci tonnellate di carne fredda e di pietra. I fucili spararono. Il Mostro agitò la coda corazzata, torse la bocca da rettile, e giacque immobile. Una fontana di sangue gli eruppe dalla gola. Da qualche parte, nelle sue interiora, scop-piò un sacco di liquido. Fiotti disgustosi investirono i cacciatori, che rima-sero immobili, rossi e lucenti.
Il tuono si spense.
La foresta si fece silenziosa. Dopo la valanga, una verde pace. Dopo l’incubo, il mattino.
Billings e Kramer si sedettero a terra e vomitarono. Travis e Lesperance rimasero in piedi, con i fucili fumanti, a imprecare ininterrottamente.
Nella Macchina del Tempo, Eckels rabbrividiva, sdraiato faccia a terra. Aveva ritrovato la strada per la Pista, era salito sulla Macchina.
Arrivò Travis, che guardò Eckels, prese della garza da una scatola di metallo e tornò dagli altri, che se ne stavano seduti sulla Pista.
«Pulitevi.»
Asciugarono il sangue dai caschi. Anche loro cominciarono a imprecare. Il Mostro giaceva simile a una collina di solida carne. Da dentro, arrivava-no sospiri e mormorii, mentre morivano le parti più interne, gli organi si guastavano, i liquidi scorrevano per l’ultima volta dalle vene allo stomaco, alla milza, con tutto che sospendeva l’attività, chiudeva per sempre. Era come stare vicino a una locomotiva distrutta o a un’escavatrice al momento della fine dell’orario di lavoro, con tutte le valvole che venivano scaricate dal vapore e le leve chiuse strettamente. Le ossa scricchiolarono; il peso enorme della carne fuori equilibrio spezzò sotto di sé le braccia delicate. La carne si acquietò, vibrando.
Un altro scricchiolio. In alto, un ramo gigantesco si spezzò dal suo mas-siccio ancoraggio e cadde. Piombò sull’animale morto con un senso di de-finitività.
«Ecco» disse Lesperance, guardando l’orologio. «Appena in tempo. Quello è l’albero gigante che originariamente era destinato a cadere e a uc-cidere questa bestia.» Osservò i due cacciatori. «Volete la fotografia con il
trofeo?»
«Come?»
«Non possiamo portare i trofei nel Futuro. La carcassa deve restare qui, dove sarebbe morta originariamente, in modo che gli insetti, gli uccelli e i batteri possano nutrirsene, com’era destino che fosse. Tutto in equilibrio. La carcassa rimane. Ma possiamo scattare una fotografia con voi vicino.»
I due uomini si sforzarono di pensare, ma poi ci rinunciarono, scuotendo la testa.
Si lasciarono guidare lungo la Pista metallica. Si abbandonarono stan-camente sui cuscini della Macchina. Si voltarono a guardare il Mostro ab-battuto, quel cumulo stagnante dove strani uccelli-rettile e insetti dorati si davano già da fare attorno all’armatura fumante.
Un rumore nel pavimento della Macchina del Tempo li fece irrigidire. Eckels era seduto là, e tremava.
«Mi dispiace» disse alla fine.
«Si alzi!» gridò Travis.
Eckels si alzò.
«Esca sulla Pista, da solo» disse Travis. Aveva puntato il fucile. «Lei non torna con la Macchina. La lasciamo qui!»
Lesperance afferrò il braccio di Travis. «Aspetta…»
«Tu resta fuori da questa storia!» Travis si liberò della mano di Lesper-ance con uno strattone. «Questo figlio di puttana per poco non ci ha am-mazzati. Ma non è tanto questo. Accidenti, no. Sono le sue scarpe! Guar-dale! Ha camminato fuori dalla Pista. Santo Dio, questo ci rovina! Lo sa Iddio quanto ci rimetteremo! Decine di migliaia di dollari di assicurazione! Abbiamo garantito che nessuno avrebbe mai lasciato la Pista. Lui l’ha la-sciata. Oh, maledetto idiota! Dovrò far rapporto al governo. Potrebbero ri-tirarci la nostra licenza di viaggio. Sa Iddio che cos’ha fatto al Tempo, alla Storia!»
«Calmati, ha calpestato solo un po’ di terriccio.»
«Come facciamo a saperlo?» gridò Travis. «Non sappiamo niente! È tut-to un maledetto mistero! Esca, Eckels!»
Eckels armeggiò con la camicia. «Pago qualunque cifra. Centomila dol-lari!»
Travis guardò il libretto degli assegni di Eckels e sputò. «Esca. Il Mostro è vicino alla Pista. Gli cacci in bocca le braccia fino ai gomiti. Poi potrà tornare da noi.»
«Ma è irragionevole!»
«Il Mostro è morto, razza di bastardo vigliacco! I proiettili! Non possia-mo lasciare i proiettili. Non appartengono al Passato. Potrebbero cambiare qualcosa. Ecco, prenda il mio coltello. Li tiri fuori!»
La foresta era di nuovo viva, piena dei vecchi fremiti e delle grida degli uccelli. Eckels si voltò lentamente a guardare quell’ammasso primordiale, quella collina d’incubo e di terrore. Dopo molto, camminando come un sonnambulo, avanzò sulla Pista.
Cinque minuti dopo tornò, tremando, con le braccia bagnate e rosse fino al gomito. Tese le mani. Ognuna aveva un certo numero di proiettili. Poi cadde. Rimase dov’era caduto, immobile.
«Non dovevi costringerlo a questo» disse Lesperance.
«No? È troppo presto per dirlo.» Travis toccò il corpo immobile. «Vivrà. La prossima volta, non vorrà partecipare a una caccia come questa. Okay.» Agitò il pollice verso Lesperance, con aria stanca. «Accendi i motori. Torniamo a casa.»

1492. 1776. 1812.
Si pulirono le mani e la faccia. Si cambiarono le camicie incrostate di sporco e i calzoni. Eckels era di nuovo in movimento, ma non parlava. Travis lo fissò per dieci minuti buoni.
«Non mi guardi!» strillò Eckels. «Non ho fatto niente!»
«Chi può dirlo?»
«Sono sceso dalla Pista, tutto qui, mi sono appiccicato un po’ di fango alle scarpe… che cosa vuole che faccia, che mi metta in ginocchio e pre-ghi?»
«Potremmo averne bisogno. L’avverto, Eckels, potrei ancora ucciderla. Ho il fucile pronto.»
«Sono innocente. Non ho fatto niente!»
1999. 2000. 2055.
La Macchina si fermò.
«Esca» disse Travis.
La stanza era là dove l’avevano lasciata. Ma non identica a come l’ave-vano lasciata. Lo stesso uomo era seduto alla scrivania. Ma non un identi-co uomo seduto a un’identica scrivania.
Travis si guardò attorno, in fretta. «Tutto a posto, qui?» chiese.
«A posto, sì. Bentornati!»
Travis non si rilassò. Sembrava scrutare gli stessi atomi dell’aria, e il modo in cui il sole si riversava dentro dall’unico finestrone.
«Okay, Eckels, esca. E non torni più.»
Eckels non riusciva a muoversi.
«Mi ha sentito?» disse Travis. «Che cosa fissa?»
Eckels annusava l’aria, e nell’aria c’era una cosa, un accenno chimico co-sì sottile, così leggero, che solo un lieve grido dei suoi sensi subliminali lo avvertiva della sua esistenza. I colori, bianco, grigio, azzurro, arancione, sulla parete, sui mobili, nel cielo oltre la finestra, erano… erano… E c’era una sensazione. La sua carne si contraeva. Le sue mani si contraevano. Rimase a bere quella stranezza attraverso i pori del corpo. Da qualche par-te, qualcuno doveva aver fatto gridare uno di quei fischietti che solo i cani potevano sentire. Il suo corpo, in risposta, gridava silenzio. Oltre quella stanza, oltre quelle pareti, oltre quell’uomo che non era l’identico uomo se-duto alla sua scrivania che non era l’identica scrivania… si stendeva un in-tero mondo di strade e di gente. Che tipo di mondo fosse, ora, era impossi-bile dirlo. Eckels li sentiva muoversi là, oltre le pareti quasi, come pezzi di scacchi soffiati da un vento secco…
Ma la cosa più immediata era la scritta sul muro dell’ufficio, la stessa scritta che aveva letto quella mattina, quando era entrato…

SAFARI EN EL TEMPO, INC.
SAFARI EN QUALCONQUE ANNO DEL PASSATO.
VOI SCHELIETE EL ANIMALE.
NOI VOS PORTIAMO LÀ.
VOS SPARIATE.

Eckels si sentì cadere su una sedia. Frugò convulsamente nello spesso fango che gli incrostava gli stivali. Tirò su un blocco di fango, tremando. «No, non può essere! Non una cosa così piccola! No!» gridò.
Incastrata nel fango, emettendo un luccichio verde, dorato e nero, c’era una farfalla, molto bella, e molto morta.
«Non una cosa così piccola! Non una farfalla!» gridò Eckels.
La farfalla cadde sul pavimento, una cosa squisita, una piccola cosa che poteva sconvolgere gli equilibri e distruggere una fila di piccoli esseri e poi di grandi esseri e poi di giganteschi esseri, attraverso gli anni e il Tem-po. La mente di Eckels vorticava. Non poteva aver cambiato le cose. Ucci-dere una farfalla non poteva essere così importante! No?
Aveva la faccia fredda. La bocca gli tremava, quando chiese: «Chi… chi ha vinto le elezioni presidenziali, ieri?».
L’uomo alla scrivania rise. «Sta scherzando? Lo sa benissimo. Deu-tscher, naturalmente! Chi altro? Non quel maledetto smidollato di Keith. Ora abbiamo un uomo d’acciaio, un uomo con del fegato, perdio!» L’uomo si interruppe. «Che c’è?»
Eckels emise un gemito. Cadde in ginocchio. Prese la farfalla dorata con le dita che gli tremavano. «Non potremmo» supplicò il mondo, se stesso, l’impiegato, la Macchina «non potremmo riportarla indietro, non potrem-mo farla rivivere? Non potremmo ricominciare da capo? Non potrem-mo…»
Non si mosse. Gli occhi chiusi, aspettò, tremando. Sentì Travis respirare forte nella stanza. Sentì Travis spostare il fucile, alzare la sicura, puntare l’arma.
Poi, un rumore di tuono.

Titolo originale
A Sound of Thunder

L’originale in inglese è pubblicato qui
http://www.scaryforkids.com/a-sound-of-thunder/

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© 2020 Chiara Micheli

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